L’export all’epoca dei dazi: la rotta verso i 700 mld passa per i nuovi mercati

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Per un piccolo investitore è una regola aurea, per le imprese italiane è diventato un imperativo categorico: diversificare. La presentazione della Mappa dell’Export 2026 di Sace parla chiaro: nell’era dell’incertezza e dei dazi, non bastano più i mercati tradizionali.

Nonostante gli Stati Uniti restino un partner insostituibile per capacità di spesa e fame di prodotti premium, il capo economista Alessandro Terzulli avverte: presidiare i giganti non esclude la necessità di esplorare nuove frontiere per schermarsi dagli shock globali.

È la filosofia dietro la sfida di un export da 700 mld di euro lanciata dal Governo lo scorso anno: un traguardo che punta a trasformare l’attuale export (643 mld) in un record storico entro il 2027, grazie a una regia corale che vede in prima linea il Ministero degli Esteri e, tra gli attori, la stessa export credit agency partecipata dal Mef.

Secondo Terzulli “arrivare a 700 mld non è un obiettivo impossibile, ma la vera leva sono le azioni del piano che tutti gli attori del sistema, a partire dal ministero degli Esteri, sono chiamati a fare”.

I numeri italiani e mondiali dell’export

Sebbene secondo Sace il commercio mondiale tenga (+5% nel 2025, +2,3% nel 2026-28), e nonostante l’export italiano negli Usa nell’ultimo anno sia cresciuto, i rischi per le imprese sono ancora troppo elevati per non ‘guardarsi intorno’.

L’Italia è ancora al quarto posto tra gli esportatori mondiali. Ma tra 2026 e 2028 la previsione di crescita non è esplosiva: +2,3%.

Oggi, dice Sace, il 45% delle imprese italiane esporta in un solo mercato, una concentrazione che “aumenta l’esposizione a shock localizzati e rende più vulnerabili a cambi normativi, geopolitici o macroeconomici”.

D’altronde, ha spiegato il presidente Guglielmo Picchi, questa è la missione stessa di Sace, che si occupa di aiutare le imprese nei Paesi per i quali c’è bisogno di sostegno, come in Africa, e non quelli dove le imprese italiane non hanno (solitamente) problemi ad esportare, come in Nord America.

“In un contesto internazionale segnato da shock geopolitici ricorrenti, frammentazione e uso sempre più strategico del commercio come leva di competizione economica, la conoscenza dei mercati è indispensabile per orientare le strategie di crescita delle imprese – ha dichiarato Terzulli – La Mappa dell’Export SACE 2026 risponde a questa esigenza offrendo una ‘bussola’ per chi esporta, grazie a una lettura integrata dei rischi e delle opportunità Paese per Paese, nella scelta degli strumenti assicurativi più adatti a ogni contesto per gestire criticità e incertezza”.

I dati della Mappa  

La Mappa dell’Export 2026 è giunta alla sua 19° edizione, e valuta profili di opportunità e rischi in circa 200 mercati esteri: rischio di credito, rischio politico e indicatori di opportunità per l’export e gli investimenti. 

Lo scenario emerso dalla Mappa dice che il commercio mondiale continua a mostrare una “capacità di tenuta superiore alle attese grazie alle anticipazioni delle importazioni, al ciclo tecnologico legato agli investimenti in intelligenza artificiale e alla capacità delle imprese di riorganizzare le filiere. Nel 2025, infatti, il volume degli scambi internazionali di beni è aumentato a un ritmo sorprendente, vicino al 5%, e nel triennio di previsione 2026-28 è previsto avanzare del +2,3% in media, in linea con il tasso di crescita registrato nel periodo 2022-24″, si legge nella nota di Sace.

Intanto però i rischi per le imprese sono “strutturalmente più elevati rispetto al passato”: tensioni geopolitiche e commerciali come la fine dell’effetto scorte, l’entrata in vigore dei nuovi dazi americani e la crescita delle barriere non tariffarie; un’altra incognita è rappresentata “dalla possibile attenuazione degli investimenti in intelligenza artificiale che hanno trainato la crescita nel 2025”, dice il report, che integra anche il rischio di cambiamento climatico e i processi di transizione energetica.

La Mappa evidenzia una sostanziale stabilità dei livelli medi di rischio di credito, pur con un’elevata eterogeneità tra aree geografiche e Paesi: i punteggi restano invariati in 93 mercati (che pesano per il 24% dell’export italiano); diminuiscono in 63 (pari al 35% dell’export); e aumentano nei restanti 38 (pari al 41% dell’export).  

I tre Paesi più promettenti per l’export

Tra i paesi più promettenti per l’export (Sace ne individua 16) ci sono India, Marocco e Brasile, racconta Terzulli. 

  • L’India sta vivendo una crescita economica solida anche per fattori di tipo strutturale, con stabilità politica, riforme in ambito fiscale, e un piano strategico sugli investimenti in infrastrutture e in energie rinnovabili. Quest’ultimo punto per l’Italia è importante, con tanti produttori che sviluppano componenti che vanno dagli inverter all’automazione: strumenti strategici in un Paese che deve sviluppare la sua tecnologia.ì, dice Terzulli 
  • Marocco: a differenza dell’India è più avanti sulle infrastrutture, ad esempio sulla logistica: il porto Tanger Med sta diventando un punto di riferimento importante sull’Atlantico, e ormai il Paese è un hub produttivo dell’automotive centrale nel Mediterraneo. Sta scommettendo anche sull’idrogeno, comn investimenti che possono essere strettamente legati al piano Mattei italiano. 
  • Brasile:  nonostante fragilità fiscali e incertezze politiche il Paese conta su ampie riserve valutarie, capacità di attrarre investimenti esteri e un mercato interno dinamico. Le imprese italiane potranno beneficiare di prospettive positive legate a infrastrutture, transizione energetica, automazione industriale e beni di consumo; l’accordo UE-Mercosur rafforza ulteriormente il potenziale di crescita dell’export italiano.
Philip Morris 07/2026
Poste Italiane Dic 25

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