Perché Hormuz è il ‘choke point energetico’ del mondo

Stretto di Hormuz energia

Da cinque giorni sul Golfo Persico c’è un mirino puntato sul traffico mondiale dell’energia. Non ci sono scie in cielo e quasi nessuna via mare: lo stretto di Hormuz è fermo per il 90%. Petroliere, gasiere e cargo restano alla fonda nei porti o nelle rade della regione. La chiusura di uno dei principali colli di bottiglia energetici del pianeta sta già pesando sull’economia globale, con ripercussioni che toccano direttamente Stati Uniti, Cina ed Europa.

Come riportato dall’US Energy Information Administration (EIA), attraverso questo stretto passa circa un quinto del petrolio consumato a livello globale, con una media di 20 milioni di barili al giorno, oltre a quasi un quinto del commercio mondiale di gas naturale liquido (GNL). Più dell’80% del petrolio e del gas che transitano da qui è destinato ai mercati asiatici. Ogni mese circa 3.000 navi attraversano lo stretto, tra petroliere, gasiere e grandi cargo. Nel 2025 i transiti hanno superato le 34 mila unità secondo stime del Fondo Monetario Internazionale. Per questo Hormuz è definito il principale ‘chokepoint energetico’ del pianeta: un punto di passaggio obbligato che, se interrotto, può influenzare immediatamente il sistema energetico globale.

Non solo petrolio e gas

Lo stretto è fondamentale non solo per petrolio e gas, ma anche per il trasporto di materie prime industriali, come l’alluminio. Più del 20% dell’alluminio diretto verso gli Stati Uniti passa normalmente da qui. La prospettiva di uno stop alle forniture ha già fatto salire i prezzi del metallo del 3,8%, a 3.315 dollari per tonnellata, soprattutto dopo che QatarEnergy ha interrotto parte della produzione di GNL, necessaria per alimentare gli impianti di produzione dell’alluminio.

C’è poi la questione agricoltura. Come segnala il The Guardian, fino a un terzo delle materie prime globali per fertilizzanti passa normalmente attraverso Hormuz. Il blocco rischia di ridurre la disponibilità di fertilizzanti proprio nel momento della semina nell’emisfero nord, con il rischio di riduzione dei raccolti e aumento dei prezzi di alimenti di base come pane e patate.

Cos’è successo ad Hormuz e perché

Lo stretto di Hormuz, lungo circa 60 km e largo poco più di 30, separa l’Iran dalla penisola di Musandam, enclave dell’Oman circondata dagli Emirati Arabi Uniti. Il traffico è regolato da corridoi stabiliti tra Iran e Oman negli anni Settanta e da un sistema di separazione del traffico per ridurre il rischio di collisioni.

La crisi attuale è esplosa dopo l’attacco contro l’Iran condotto da Israele e Stati Uniti il 28 febbraio 2026. In risposta, Teheran ha minacciato di bloccare completamente il passaggio e di colpire ogni nave che tenti di attraversarlo. Una minaccia che non ha tardato a concretizzarsi: la petroliera Skylight, battente bandiera di Palau, è stata colpita da un missile o proiettile al largo dell’Oman, causando un incendio e vittime tra l’equipaggio. Negli ultimi giorni diverse altre navi mercantili hanno subito attacchi con droni, missili o imbarcazioni esplosive, sia tentando di attraversare lo stretto sia trovandosi nelle acque vicine (Golfo dell’Oman o uscita del Golfo Persico).

E adesso? Le immagini satellitari mostrano centinaia di imbarcazioni ferme intorno ai porti di Oman, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita, Kuwait e Qatar, oltre che nei pressi di Bandar Abbas, in Iran. Gli analisti avvertono che più a lungo persisteranno le minacce alla navigazione, più forti saranno le conseguenze sui mercati energetici globali. Anche senza un blocco fisico completo, il semplice rischio di attacchi rende il passaggio impraticabile, paralizzando flussi di petrolio, gas, materie prime industriali e fertilizzanti.

Poste Italiane Dic 25

Leggi anche

Ultima ora

ABBIAMO UN'OFFERTA PER TE

€2 per 1 mese di Fortune

Oltre 100 articoli in anteprima di business ed economia ogni mese

Approfittane ora per ottenere in esclusiva:

Fortune è un marchio Fortune Media IP Limited usato sotto licenza.