L’11 febbraio il Congressional Budget Office (CBO) ha pubblicato le sue attese previsioni decennali sul bilancio degli Stati Uniti, relative agli anni fiscali dal 2026 al 2035. Come previsto, i numeri sono estremamente preoccupanti: entro la fine del decennio si stima che il deficit raggiungerà il 6,5% del PIL e il debito pubblico il 120% del PIL.
Economisti, centri di ricerca e membri del Congresso di entrambi gli schieramenti hanno definito queste previsioni molto allarmanti, sostenendo che l’attuale traiettoria dei conti pubblici statunitensi non è sostenibile. Il dato che suscita maggiore preoccupazione è la crescita esplosiva dei costi per interessi sul debito, che già oggi rappresentano quasi un quinto della spesa federale totale.
Poi è arrivata la guerra con l’Iran
Poi è arrivata la guerra con l’Iran. Il conflitto ha premuto sull’acceleratore di una situazione già fragile. Sebbene i costi dei primi dieci giorni siano stati enormi, l’impatto sul bilancio sarebbe relativamente limitato se la guerra terminasse nel giro di pochi giorni o al massimo entro una settimana. Durante una conferenza stampa tenuta in Florida il 9 marzo, il presidente Trump ha dichiarato che “la guerra è quasi completamente conclusa” e che dovrebbe finire “presto”.
Se però la campagna congiunta di Stati Uniti e Israele per distruggere il programma nucleare iraniano e neutralizzare la capacità di Teheran di lanciare missili balistici e droni “kamikaze” dovesse protrarsi anche solo per alcune settimane in più, le conseguenze per le già fragili finanze americane sarebbero rilevanti. A questo si aggiunge un secondo colpo arrivato una settimana prima dell’offensiva contro l’Iran: la probabile perdita di entrate fiscali dovuta alla decisione della Corte Suprema di annullare i dazi introdotti da Trump.
Il conto continua a salire
I costi vertiginosi dei primi giorni sono ormai noti, e il conto continua a salire fino a sfiorare il miliardo di dollari al giorno. Secondo una delle prime stime del Center for Strategic and International Studies (CSIS), nelle prime 100 ore di guerra gli Stati Uniti avrebbero speso complessivamente 3,7 miliardi di dollari, di cui 3,1 miliardi per rimpiazzare le munizioni utilizzate. Il 95% di questa cifra non era previsto nel bilancio, e rappresenta quindi una spesa aggiuntiva per i contribuenti.
Il 5 marzo, tuttavia, fonti del Congresso hanno dichiarato a MS Now che il Pentagono stimava i costi delle prime 48 ore in 5,6 miliardi di dollari. Questa cifra riguardava soltanto la sostituzione delle munizioni e non includeva i costi operativi di mezzi militari come aerei e cacciatorpediniere. Sulla base dell’analisi del CSIS, è probabile che i costi complessivi siano stati superiori di diverse centinaia di milioni di dollari.
Ken Smutters, direttore accademico del Penn Wharton Budget Model, ha dichiarato alla CNN che, dopo lo shock iniziale, i costi giornalieri sono diminuiti sensibilmente. Secondo le sue stime, la spesa attuale si aggira attorno agli 800 milioni di dollari al giorno. Altre valutazioni, tra cui quella di John Phillips, consulente britannico per la sicurezza e la gestione del rischio, parlano invece di circa 1 miliardo di dollari al giorno.
Smutters ha inoltre dichiarato alla rivista Fortune che, se il conflitto dovesse durare complessivamente due mesi – cioè altre sette settimane – comporterebbe una nuova spesa netta per i contribuenti statunitensi di circa 65 miliardi di dollari. Anche una guerra di durata relativamente breve rischierebbe quindi di peggiorare in modo significativo una situazione già critica.
Le conseguenze sul volume di debito
Nel rapporto pubblicato l’11 febbraio, il CBO aveva previsto per l’anno fiscale 2026 un disavanzo tra entrate e spese pari a 1.853 miliardi di dollari. Gli Stati Uniti arrivano a questa cifra perché la spesa federale supera del 33% le entrate fiscali raccolte dal Tesoro.
Una guerra con l’Iran della durata di 60 giorni farebbe aumentare il deficit di circa 65 miliardi di dollari, a cui si aggiungerebbero circa 1,4 miliardi di interessi, per un totale di 66,4 miliardi. Si tratterebbe di un incremento del 3,6%, che porterebbe il deficit dal 5,8% previsto del PIL al 6,0%. Questa cifra si sommerebbe al disavanzo già previsto e aumenterebbe di conseguenza il volume di debito che gli Stati Uniti devono finanziare, con i relativi interessi, negli anni successivi.
Tuttavia, l’impatto della guerra non può essere considerato isolatamente. Solo pochi giorni prima del primo attacco, la Corte Suprema aveva inflitto un altro colpo al bilancio federale annullando i dazi di Trump.
Secondo il Committee for a Responsible Federal Budget, se Trump sostituisse i precedenti dazi alle frontiere con una tariffa generalizzata del 10%, gli Stati Uniti incasserebbero quest’anno circa 74 miliardi di dollari in meno rispetto al sistema precedente. Sommando questi 74 miliardi ai 65 miliardi di spesa legati al conflitto, il colpo al bilancio federale arriverebbe a circa 139 miliardi di dollari, aumentando del 7,5% il deficit previsto dal CBO.
Un navigato ex leader del Senato amava dire scherzosamente che spendere miliardi qui e miliardi là finisce prima o poi per fare davvero una grande differenza. La guerra prolungata in Iran potrà anche essere considerata una missione nobile, ma avrà comunque un costo molto concreto: quello dei “veri soldi”.
L’articolo originale è disponibile su Fortune.com

