Dal Pacifico all’Asia: la nuova rotta del GNL

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Quando il generale di brigata dei Pasdaran Ebrahim Jabari ha dichiarato chiuso lo Stretto di Hormuz, circa 150 petroliere e metaniere hanno preferito restare alla fonda piuttosto che rischiare di essere colpite. QatarEnergy e altri produttori di petrolio e gas hanno rapidamente sospeso la produzione dichiarando lo stato di forza maggiore. L’impatto sull’Asia è stato immediato: i benchmark del GNL sono balzati del 39% in una sola seduta e diversi governi hanno iniziato a ordinare ai dipendenti pubblici di lavorare da casa per ridurre i consumi energetici.

Il rischio per l’Asia era evidente da anni. Secondo la U.S. Energy Information Administration, nel 2024 oltre l’80% del greggio e del GNL che transitavano nello Stretto di Hormuz era diretto verso i mercati asiatici. Cina, India, Giappone e Corea del Sud rappresentavano quasi il 70% dei flussi di greggio che attraversavano Hormuz. Arabia Saudita e Emirati Arabi Uniti possono deviare attraverso oleodotti alternativi circa 2,6 milioni di barili di petrolio al giorno, una quantità insufficiente a compensare i 20 milioni di barili al giorno che ora risultano bloccati. La situazione è ancora più critica per il GNL: se Hormuz viene chiuso, semplicemente non esiste un modo alternativo per farlo uscire.

Se i Paesi asiatici vogliono trovare una soluzione ai loro problemi energetici in Medio Oriente, forse dovrebbero guardare, paradossalmente, più a est: attraverso il Pacifico, verso le risorse energetiche del Nord America e in particolare del Canada. Le nuove infrastrutture energetiche canadesi sulla costa pacifica – dal progetto LNG Canada guidato da Shell a Kitimat, fino all’espansione dell’oleodotto Trans Mountain Expansion che alimenta le petroliere vicino a Vancouver – offrono agli acquirenti asiatici una rotta più rapida, economica e geopoliticamente più sicura, capace di evitare del tutto Hormuz e altri potenziali colli di bottiglia come lo Stretto di Malacca e il Mar Cinese Meridionale.

Una mappa diversa per il GNL

Come ha scritto l’autore Robert D. Kaplan nel suo libro del 2012 The Revenge of Geography, non esiste una soluzione tecnologica alla geografia. L’unica soluzione è una mappa diversa e per gli acquirenti asiatici di energia quella mappa alternativa si trova sulla costa pacifica del Canada.

L’impianto LNG Canada a Kitimat, nella provincia della British Columbia, ha spedito il suo primo carico nel giugno 2025, trasformando per la prima volta il Canada in un esportatore di GNL. Le navi caricano direttamente nel Pacifico settentrionale e raggiungono i terminal del Nord-Est asiatico senza attraversare lo Stretto di Hormuz, lo Stretto di Malacca o il Mar Cinese Meridionale – tutti potenziali punti critici per il commercio energetico.

Il greggio canadese proveniente dall’Alberta viene ora trasportato verso ovest attraverso l’oleodotto Trans Mountain Expansion, entrato in funzione nel maggio 2024 e capace di portare la capacità massima a circa 890.000 barili al giorno, quasi il triplo rispetto al passato. Dall’avvio dell’infrastruttura, le spedizioni dal Westridge Marine Terminal vicino a Vancouver hanno contribuito a triplicare le esportazioni di greggio canadese verso destinazioni diverse dagli Stati Uniti, con l’Asia – in particolare la Cina – come nuovo grande acquirente.

La rotta energetica dall’Alberta all’Asia non dipende né da Hormuz né da Malacca e ha origine in una giurisdizione percepita come politicamente stabile. Il Canada è considerato un fornitore a basso rischio e, almeno nel medio periodo, difficilmente esposto a conflitti geopolitici.

Perché non gli Stati Uniti?

Gli Stati Uniti, pur essendo il più grande esportatore mondiale di GNL, non sono in grado di aiutare rapidamente gli acquirenti asiatici affamati di gas. Anche in questo caso il motivo è la geografia. I terminal di esportazione americani si trovano sulla costa del Golfo del Messico o su quella atlantica; nessuno è sulla costa pacifica. Una metaniera impiega fino a 24 giorni per partire dal Golfo del Messico, attraversare il Canale di Panama e arrivare in Giappone. Partendo da Kitimat, in Canada, il viaggio richiede circa 11 giorni.

Secondo la società di ricerca energetica RBN Energy, il GNL canadese spedito da Kitimat impiega tra 10 e 11 giorni per raggiungere l’Asia e comporta un costo di consegna inferiore a 1 dollaro per milione di BTU, contro almeno 2 dollari passando dal Canale di Panama. La rotta canadese è più corta, meno costosa ed evita anche la congestione del canale.

Washington sta comunque cercando di sviluppare un’alternativa con il progetto Alaska LNG, un gasdotto di circa 800 miglia che collegherebbe i giacimenti del North Slope a un terminal di liquefazione a Nikiski, nella Cook Inlet. Il progetto ha il sostegno dell’amministrazione di Donald Trump, dispone dei permessi federali e ha ottenuto lettere d’intenti da aziende come JERA e POSCO.

Ma Alaska LNG non ha ancora contratti vincolanti di lungo periodo e alcune stime indicano un costo superiore ai 70 miliardi di dollari. Anche se la costruzione iniziasse come previsto alla fine del 2026, le prime esportazioni di GNL non arriverebbero prima del 2031, ammesso che tutto proceda senza intoppi. Al contrario, la prima fase di LNG Canada è già operativa ed è pronta a servire oggi gli acquirenti asiatici.

La finestra è adesso

La prossima espansione del GNL canadese è già in preparazione. La seconda fase di LNG Canada dovrebbe aggiungere circa 14 milioni di tonnellate annue di capacità attraverso una joint venture che include Shell, Mitsubishi Corporation, Korea Gas Corporation, Petronas e PetroChina; la decisione finale d’investimento è attesa tra la fine del 2026 e l’inizio del 2027. Nel frattempo il progetto Ksi Lisims LNG, vicino a Prince Rupert, ha già ottenuto tutte le autorizzazioni regolatorie. Se entrambi i progetti andranno avanti, la capacità totale di esportazione di GNL del Canada sul Pacifico potrebbe superare i 40 milioni di tonnellate annue entro i primi anni Trenta.

Le utility e gli importatori asiatici – da JERA e INPEX fino a CNOOC, GAIL, CPC Corporation Taiwan e Energy Market Authority of Singapore – che firmeranno contratti di fornitura da 20 a 40 anni otterranno di fatto una copertura strutturale contro il prossimo shock energetico legato a Hormuz, a costi che in prospettiva potrebbero sembrare estremamente convenienti.

Troverebbero inoltre un partner disponibile a Ottawa. Il governo canadese sta incoraggiando attivamente la partecipazione di investitori asiatici come parte di una strategia più ampia volta a diversificare le esportazioni energetiche e ridurre la storica dipendenza dal mercato statunitense.

Le petroliere ferme al largo dello Stretto di Hormuz e gli impianti in fiamme a Ras Laffan rappresentano una dimostrazione in tempo reale di ciò che accade quando la sicurezza energetica globale dipende da un passaggio largo appena 33 chilometri e affiancato da una potenza ostile.

L’articolo originale è stato pubblicato su Fortune.com.

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Philip Morris 07/2026
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