Il blocco dello Stretto di Hormuz, attuato dall’Iran in risposta all’offensiva di Usa e Israele, sta innescando un’impennata dei prezzi delle materie prime, con rialzi critici per il comparto energetico.
Le tensioni sono aggravate dai continui attacchi alle infrastrutture chiave del Golfo: oggi il Wti ha raggiunto quasi i 100 dollari, mentre il Brent ha superato i 106 dollari al barile in seguito a un nuovo raid di droni contro il porto di Fujairah. L’evento è particolarmente significativo poiché colpisce uno snodo logistico situato strategicamente al di fuori dello Stretto, finora considerato un’alternativa sicura.
Intanto anche il prezzo del gas continua a correre: ad Amsterdam le quotazioni registrano un rialzo dello 0,4% a 52,02 euro al megawattora.
Trump chiede agli alleati di aiutare a liberare lo Stretto di Hormuz
Il presidente Donald Trump, intenzionato a sbloccare l’impasse nello Stretto di Hormuz, ha sollecitato l’invio di navi militari per scortare le petroliere. L’appello non è rivolto solo agli alleati Nato – con Francia e Regno Unito in prima linea – ma si estende a tutti coloro che stanno subendo le conseguenze del blocco come Cina, Giappone e Corea del Sud. Nonostante Trump rivendichi di aver “neutralizzato il 100% della capacità militare iraniana”, ammette la persistente minaccia rappresentata dai droni. “È giusto che chi trae vantaggio dallo Stretto contribuisca alla sua sicurezza”, ha dichiarato il tycoon al Financial Times, avvertendo che una mancata cooperazione avrebbe “conseguenze gravissime per il futuro della Nato”.
Lo Stretto però non risulta chiuso a tutti. Come ha ammesso lo stesso ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, a navi di diversi Paesi “è già stato permesso di attraversare lo stretto e che numerosi Governi si sono rivolti a Teheran per ottenere il passaggio sicuro”. L’indiziata principale in questo caso è proprio la Cina, uno dei pochi Stati che ha continuato a commerciare col Paese mediorientale e secondo gli ultimi dati disponibili avrebbe importato almeno 11,7 milioni di barili dall’inizio del conflitto.
A rendere la Cina un attore quasi inattaccabile nel ricatto energetico di Hormuz è la sua imponente riserva. Pechino ha infatti accumulato scorte strategiche di greggio stimate tra 1,3 e 1,4 miliardi di barili, una quantità sufficiente a garantire l’autonomia industriale del Paese per oltre 110 giorni anche in caso di isolamento totale.
Pericolo recessione globale
Il blocco prolungato dello Stretto di Hormuz sta proiettando l’economia mondiale verso lo spettro di una recessione globale, alimentata da uno shock energetico senza precedenti. Poiché attraverso questo passaggio transita circa un quinto della fornitura mondiale di petrolio, la sua chiusura forzata non rappresenta solo un’emergenza logistica, ma una crisi sistemica: più a lungo il varco resterà interdetto, più insostenibile diventerà la pressione inflazionistica sui costi di produzione e trasporto in ogni continente.
Non è necessario che l’Iran affondi ogni singola nave; l’incertezza e la minaccia costante di nuovi attacchi con droni hanno già spinto armatori e assicuratori a disertare la rotta, facendo impennare i premi assicurativi e i costi di nolo. Questo scenario rischia di innescare una spirale recessiva simile agli shock petroliferi degli anni ’70, con la differenza che oggi Teheran è consapevole di detenere una morsa soffocante sull’economia mondiale, un potere di ricatto che, una volta testato con successo, potrà essere esercitato nuovamente in futuro, minando la stabilità dei mercati a lungo termine.
Anche l’Italia subisce importanti conseguenze
Anche il nostro Paese sta subendo importanti conseguenze per il blocco dello Stretto di Hormuz. A riprova di ciò ci sono i prezzi dei carburanti alla pompa: il gasolio self service è al massimo dal 22 marzo 2022, giorno in cui il governo Draghi intervenne con il taglio delle accise. Mentre la benzina è al massimo dal 6 agosto 2024.
Sul tavolo del Governo ci sono numerose opzioni: si è a lungo parlato delle accise mobili, un meccanismo di compensazione fiscale pensato per sterilizzare gli aumenti dei mercati internazionali. Il dispositivo agisce come un ‘calmiere’ automatico: lo Stato utilizza l’extra-gettito derivante dall’aumento dell’IVA sul prezzo del petrolio per ridurre in misura corrispondente la quota fissa delle accise. In questo modo, l’erario rinuncia a una parte del maggior incasso per stabilizzare il prezzo finale al consumo. tuttavia, questa ipotesi lascia dubbi tecnici e politici all’interno dell’esecutivo che sembra orientato più verso un bonus anti-rincari.
Nel frattempo, il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Matteo Salvini, ha annunciato di aver convocato per mercoledì le principali compagnie petrolifere in Prefettura a Milano per affrontare il caro benzina conseguente alla crisi in Medio Oriente. “Il conto che stanno pagando famiglie e imprese è troppo alto”, ha ribadito Salvini. “Gli aumenti, soprattutto del diesel sono inaccettabili, anche considerando il conflitto”.

