Dallo schizzo al risultato finale, l’artista Jago racconta di come il concepimento di un’opera pretenda la spontaneità e la fiducia.
Descrivi al mondo quello che hai in cuore di realizzare, “ma prima mostraglielo”. In questa frase è racchiusa tutta la visione di Jago, pseudonimo di Jacopo Cardillo: un artista che ha scelto di parlare attraverso la materia prima. Le sue sculture, potenti e vulnerabili allo stesso tempo, hanno attraversato confini geografici e culturali, imponendosi nel panorama contemporaneo per la loro capacità di dialogare con il presente pur affondando le radici nella grande tradizione plastica italiana.

Partiamo dal processo creativo: quanto dello scoprire l’opera è spontaneo e quanto invece pianificato (schizzi, modelli, materiali)?
Il concepimento dell’opera pretende la ‘spontaneità’. Dovrebbe essere l’imperativo di quella parola. Non credo in una creazione programmata. È vero però che, tutto ciò che segue il momento dell’idea assume un carattere più materiale e organizzativo.
Quando si fissa un’immagine, quando le si dà fiducia e la si riconosce come necessaria, allora prendono avvio una serie di gesti che ne determinano la ‘messa al mondo’: schizzi, progetti, disegni, misure, calcoli, proiezioni.
È una parte altrettanto sana del processo, che non sottrae valore all’opera, ma anzi ne certifica la possibilità di esistere nel tempo, di avere una prospettiva a lungo termine.
Dalla Venere anziana a Narciso, come sceglie i soggetti delle sue sculture?
Quando arriva un’immagine nella mia testa, per una serie di motivi, scelgo di darle fiducia perché mi sono posto in uno stato di osservazione. Non c’è nulla di speciale in questo: è qualcosa che facciamo continuamente.
La meraviglia di ricevere immagini nuove, di cui non avevo fatto esperienza prima, nasce nel momento in cui mi libero dalla necessità di voler creare qualcosa, di riempire uno spazio vuoto o di tracciare un segno su un foglio bianco. Quando mi libero di questa necessità e semplicemente osservo, lì succede e può arrivare di tutto. E poi, chiaramente, bisogna scegliere.
La scelta ha molto più a che fare con una serie di ragionamenti di carattere materiale, volti a cercare di far vivere quell’idea in una forma tangibile, sostenibile, realizzabile. C’è poi un’altra parte, molto personale, che è l’entusiasmo che provo nell’immaginarmi nell’atto dello scolpire, durante la realizzazione.
Quanto contano oggi Instagram e le piattaforme digitali per un artista nel mercato contemporaneo?
Il mio lavoro non rispecchiava ciò che funzionava nel sistema dell’arte e sarebbe stata una forzatura starci dentro. Ho quindi trovato un sistema nuovo: ho creato, inventato, immaginato, senza preoccuparmi di ciò che mi circondava. Un social, banalmente, aveva una ‘galleria’: si potevano condividere immagini, fotografie. Io ho scelto di condividere quelle della mia opera.
Tutto questo è stato un meccanismo innescato per necessità. Oggi probabilmente la vera alternativa è uscire dal social, andare in campagna. Non è più un luogo dove evadere dalla realtà: può essere anche meravigliosamente opprimente e deprimente. Ogni strumento, ogni mezzo, può fungere da moltiplicatore, ma dipende sempre dall’uso che se ne fa.
Quando mi capita di parlare con chi è all’inizio di un percorso e vuole essere artefice della propria comunicazione, mi sento di dire che è importante chiedersi qual è il vero elemento di novità. È già stato fatto? Allora non è nuovo. Che cosa c’è veramente di me? Dove sono io in tutto questo? È il mezzo giusto?
Molti artisti lottano con il concetto di ‘vendere arte’ vs ‘creare arte’. Qual è invece la sua filosofia imprenditoriale?
Ho attraversato tutte le fasi possibili e immaginabili pur di realizzare ciò che avevo in testa, e per questo l’aspetto economico non è mai stato il fine, ma una conseguenza. Questo mi ha permesso di esercitare la creatività anche su un piano imprenditoriale, perché la libertà espressiva è sempre in funzione delle capacità che hai di sostenerla, anche da un punto di vista materiale.
La parola ‘vendere’ non è una brutta parola. Vendere significa dare valore. Se partiamo da questo concetto, tutto diventa più semplice: non esiste uno scambio che non sia vincente per entrambi, non esiste una prospettiva che non sia comune. Ti serviranno dei pennelli per dipingere, un computer o un microfono per registrare la tua voce se fai musica, un pianoforte.
Anche quello è uno scambio, e anche quello, di fatto, è vendere. L’artista – come chiunque – dal momento in cui si alza, si veste, sceglie le parole e si confronta con l’altro, in qualche modo ‘vende’ se stesso: può farlo in modo inconsapevole, oppure può agire consapevolmente, cercando in ogni ambito della propria esistenza di portare valore all’altro.
Se potesse realizzare un’opera in qualunque luogo del mondo – senza limiti di budget o logistica – cosa creerebbe e dove?
Quello che sto facendo oggi è il gesto che innesca l’unico meccanismo possibile per la realizzazione di ciò che ho in mente. Non c’è spazio per il ‘se’: do spazio soltanto all’azione e al gesto, che danno senso alla mia vita e al mio agire, e che mi conducono al risultato.
La mia testa lavora per immagini, perché conosco il potere dell’immagine e, allo stesso modo, il potere delle parole: il loro potere creativo e realizzativo è enorme.
Ogni cosa che dico, anche in questo momento, mi avvicina al prossimo risultato. Le parole sono il suono della creazione: danno forma, certificano e fissano su carta ciò che ho nella testa; già nel momento in cui le seleziono e le condivido con gli altri, diventano reali.
L’articolo originale è stato pubblicato sul numero di Fortune Italia di marzo 2026 (numero 2, anno 9)

