Se il buongiorno si vede dal mattino, è notte fonda tra governo e imprese. Il decreto fiscale, con cui l’esecutivo ha tagliato del 65 percento il credito d’imposta per gli investimenti già effettuati per la Transizione 5.0, ha provocato reazioni durissime da parte di Confindustria, insieme a Confartigianato, Confapi, Legacoop, Confimi, Confcommercio e Cna. Il ragionamento degli industriali è il seguente: come facciamo ad andare avanti se non possiamo più fidarci del quadro normativo vigente? Come possiamo tenere aperti gli stabilimenti e investire nella crescita se il governo cambia le regole in corso d’opera agendo addirittura retroattivamente? Il principio del legittimo affidamento è fondamentale in uno stato di diritto, per tutti i cittadini e, a maggior ragione, per chi fa impresa.
Quando un imprenditore pianifica degli investimenti sulla base di legittime aspettative, rischia poi di farsi male, anzi malissimo, se la cornice giuridica muta sensibilmente e le risorse su cui ha fatto affidamento evaporano come neve al sole. Viene pure da pensare che se il modello di politica industriale di un governo di centrodestra si ispira al Venezuela di Maduro, quando persino Maduro, a Caracas, non c’è più, le cose non possono che peggiorare.
Il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti ha risposto alle obiezioni spiegando che, nel nuovo contesto internazionale determinato dalla guerra in Iran, servono risposte e non si può fare tutto: se si vuole spendere per continuare ad abbassare le accise sui carburanti (il decreto in vigore scadrà il 7 aprile) bisogna trovare i soldi tagliando da qualche altra parte. Il problema è che quel credito d’imposta era già stato “fatto” e molte imprese avevano definito un piano di investimenti adesso bloccato. Chi ha investito confidando nella legge che stabiliva un rimborso dello stato, ora rischia di trovarsi con un debito.
Sempre fonti del Mef specificano che già nel mese di novembre, in una riunione alla quale avevano partecipato Giorgetti insieme ai ministri Tommaso Foti (Affari europei) e Adolfo Urso (Made in Italy), si promise alle associazioni delle imprese che anche chi avesse fatto domanda dopo la chiusura dei termini del 7 novembre, ma entro il 27 dello stesso mese, avrebbe potuto ottenere il credito d’imposta. La riduzione dell’incentivo, secondo le medesime fonti, sarebbe stata già nei patti, tanto da essere inserita, nero su bianco, nella legge di bilancio, e in particolare nel comma 770 della manovra. L’aliquota infatti non era fissata sulla base della disciplina del 5.0, quindi al 45 percento, ma applicando per l’ultima ondata di domande i criteri di Transizione 4.0 sul 2026, con credito d’imposta al 20 percento. Né è un segnale positivo il fatto che manchi ancora il decreto attuativo della nuova Transizione 5.0, quella che per il 2026 ha sostituito il credito d’imposta con l’iperammortamento.
Adesso, con l’ultimo decreto fiscale, le imprese vedono l’incentivo decurtato del 65 percento, con uno stanziamento che passa da 1,3 miliardi previsti in legge di Bilancio a 537 milioni. Altro che spending review.
Per le imprese è una doccia gelata. Si può disquisire a lungo della incertezza normativa, determinata da una serie infinita di cambi intervenuti nel corso dei mesi. La certezza del quadro giuridico è un presupposto fondamentale per chi vuole fare impresa. E in un Paese a basso tasso di innovazione è una questione di primaria importanza: se vogliamo imprese più digitalizzate, processi industriali più automatizzati e green, le politiche di sostegno agli investimenti dovrebbero avere la priorità assoluta.
Nel tentativo di rimediare, il governo ha convocato per mercoledì un tavolo con le categorie produttive per fare chiarezza e provare a trovare una soluzione per le aziende gettate in una situazione di oggettiva difficoltà (i cosiddetti “esodati di Transizione 5.0”). Per paradosso, con una mossa a dir poco improvvida il governo rischia di penalizzare maggiormente le imprese che hanno investito confidando nel quadro normativo vigente. È una delusione cocente per chi crea ricchezza e posti di lavoro nel nostro Paese, e guardava alla prossima manovra come a un momento importante per dare un segnale concreto alle imprese, dopo le precedenti leggi finanziarie che hanno avuto un focus, indubitabilmente necessario, sul sostegno ai redditi medio-bassi. Questo segnale non solo non è arrivato ma ne è arrivato uno di segno opposto, che ci saremmo volentieri risparmiati.

