Dal polo di Alba alla governance europea, il dialogo istituzionale come leva competitiva.
In un contesto segnato da instabilità geopolitica, pressione regolatoria crescente e trasformazioni profonde delle filiere agroalimentari, il rapporto tra industria e istituzioni torna al centro del dibattito pubblico. Non solo per una questione di compliance normativa, ma per la capacità delle imprese di contribuire alla definizione di ecosistemi industriali resilienti, competitivi e sostenibili.
Il caso Ferrero rappresenta un paradigma unico nel panorama della competizione globale: quello di una multinazionale da 19 mld di euro di fatturato che non ha mai smesso di considerare l’Italia come il proprio ‘sistema operativo’ centrale. Non si tratta di semplice heritage, ma di una precisa scelta di politica industriale. Con cinque stabilimenti produttivi e il polo d’innovazione di Alba, il Gruppo dimostra come il radicamento nei territori non sia un elemento identitario astratto, ma la condizione necessaria per proiettare valore su scala internazionale, trasformando le filiere locali in ecosistemi resilienti e tecnologicamente avanzati. In questa cornice, il confronto con il decisore pubblico diventa parte integrante della strategia industriale, soprattutto in una fase in cui temi come digitalizzazione, tracciabilità delle filiere, sostenibilità agricola e armonizzazione normativa europea incidono direttamente sulla competitività.
Ne abbiamo parliamo con Pier Maria Brunetti, Vice president institutional affairs & external relations di Ferrero S.p.A., responsabile delle relazioni istituzionali e delle attività di public affairs del Gruppo in Italia, per comprendere come cambia il perimetro dell’interlocuzione tra impresa e istituzioni e quali scelte di policy siano oggi decisive per rafforzare l’autonomia strategica dell’agroalimentare europeo.
Ferrero conferma in Italia un ruolo industriale centrale. In che modo questo radicamento nei territori influisce sul dialogo con le istituzioni e sulle scelte industriali?
L’Italia rappresenta per Ferrero molto più che un presidio produttivo: è l’infrastruttura culturale e industriale da cui il Gruppo ha costruito il proprio modello di crescita globale. Con cinque stabilimenti e il Centro Innovazione di Alba – al pari di quelli di Chicago e Singapore – manteniamo un dialogo costante e strutturato con le istituzioni. Le nostre attività generano un impatto misurabile lungo l’intera catena del valore nazionale, con circa 7.800 collaboratori in Italia, investimenti pari a 1,4 mld di euro negli ultimi dieci anni e una distribuzione di valore di circa 3 mld di euro l’anno.
Il nostro obiettivo è rafforzare le filiere strategiche, per garantire la qualità dei nostri prodotti, e continuare a investire in capacità produttiva.
Innovazione, automazione, dati. Quanto il contesto normativo sostiene oggi un’accelerazione industriale?
Per un gruppo che investe in crescita industriale di lungo periodo, come Ferrero, l’innovazione non è un’opzione ma una condizione. Gli investimenti nel rinnovamento degli impianti, nella digitalizzazione e nella sicurezza produttiva ci permettono di mantenere performance industriali solide: nell’ultimo esercizio di bilancio consolidato, il Gruppo ha superato 19 mld di euro di fatturato, sostenuto da quasi 1,1 mld di euro di investimenti in conto capitale.
Questo impegno nel percorso di crescita e innovazione industriale si accompagna a una visione più ampia, che riguarda l’intera filiera.
L’Italia non fa eccezione e in questa direzione si inserisce l’Hazelnut Agronomy Program, un programma dedicato agli agronomi, sviluppato con l’European institute of innovation for sustainability (Eiis) e con il Consiglio dell’Ordine nazionale dei Dottori agronomi e dei Dottori Forestali (Conaf), che mira a innovare e rendere più resiliente la filiera del nocciolo, confermando un approccio che parte dai territori e dal supporto alle professionalità che li animano.
Un contesto normativo chiaro e stabile fa la differenza per favorire l’adozione tecnologica. Al contrario, incertezze e lentezze burocratiche rischiano di rallentare la competitività industriale dei Paesi. L’Italia ha tutte le capacità per consolidarsi come piattaforma avanzata per l’agroalimentare europeo.
Tra geopolitica, clima e nuove politiche europee, l’agroalimentare sta cambiando. Quali interventi politici sono oggi indispensabili per proteggere filiere e competitività?
Oggi le filiere non sono più linee verticali ma ecosistemi complessi, e per questo servono politiche capaci di aiutare l’industria a costruire resilienza. Ciò significa garantire stabilità regolatoria, perché prevedibilità e semplificazione sono condizioni essenziali per programmare investimenti pluriennali in tecnologie, sostenibilità e capacità produttiva.
Significa anche definire standard comuni su tracciabilità e due diligence: Ferrero lavora da tempo con un approccio rigoroso alla gestione responsabile delle filiere, un percorso che richiede collaborazione multistakeholder e quadri normativi armonizzati, soprattutto a livello europeo. Infine, occorre rafforzare la competitività delle filiere attraverso politiche che incentivino sostenibilità e innovazione, elementi cruciali in un contesto segnato dal cambiamento climatico e dalla volatilità delle materie prime.
Se l’Europa vuole rimanere un punto di riferimento nell’agroalimentare, deve consolidare la propria autonomia strategica nella gestione delle filiere e accompagnare gli investimenti industriali con politiche ambiziose e coerenti.
L’articolo originale è stato pubblicato sul numero di Fortune Italia di marzo 2026 (numero 2, anno 9)

