La giornalista Michela Proietti racconta l’evoluzione del capoluogo meneghino.
Un brand, un laboratorio e – sempre più – un test di selezione: questa è Milano. Michela Proietti la conosce bene, da anni la racconta da cronista con un’attenzione quasi antropologica ai dettagli: i rituali che resistono, quelli che scompaiono, le parole con cui la città si ‘trucca’ per vendersi meglio.
La sua ‘Milanese’, protagonista dell’omonimo bestseller, nasce dallo sguardo disincantato di una provinciale arrivata da Perugia: abbastanza esterna per accorgersi di tic e maquillage, piuttosto interna da cogliere profondità e trasformazioni. Per questa ragione nel 2022 Proietti riceve l’Ambrogino d’oro, premio simbolo della milanesità.
Forse è suo il volto che avrebbe Milano, se Milano avesse un corpo. Suoi gli occhi, il taglio di capelli, il colore e persino la voce. Suo lo sguardo che guarda lontano, che sceglie e scarta.
Si sente più una cronista del presente o una custode di memoria urbana?
Mi sento tutte e due. Ho una specie di ‘malinconia gioiosa’ di Milano, mi sarebbe piaciuto viverla in altre stagioni, dalla Milano del dopoguerra alla ‘Milano da bere’. C’è una ricerca del tempo perduto, anche nelle abitudini che si stanno estinguendo: un certo modo di ricevere, di parlare, di vivere la città.
Mi colpisce sempre la Scala: per me è il vero detox, digitale e mentale. E mi impressiona vedere quasi solo teste bianche, fatico a incontrare cinquantenni. Poi però c’è l’altro lato: Milano non finisce mai, ogni semestre c’è qualcosa di nuovo che si insinua nel tessuto della città e la cambia. Mi piace fiutare il nuovo: il mio è l’occhio della cronista, messo al servizio dei mutamenti.
Da piccola voleva fare l’avvocato. Quando ha capito che sarebbe diventata giornalista?
Sono una provinciale di Perugia e credo che la provincia mi abbia dato una forma di disincanto. Volevo fare l’avvocato per senso di giustizia, per mettermi al servizio degli altri. Le cose sono cambiate nel tempo per colpa della macchina da scrivere di mio nonno. Lui era un grande lettore, abbonato a varie riviste, guardavo sempre quella macchina, ci giravo intorno, mettevo un foglio protocollo nella macchina e ‘rifacevo’ il giornale: scrivevo finti fatti di cronaca, facevo collage, era il mio gioco preferito.
Fino a quando, più grande, ho iniziato a lavorare in un quotidiano locale: firmavo con una sigla perché non volevo che i miei genitori sapessero che passavo le giornate in redazione più che in università. Poi mi sono iscritta alla scuola di giornalismo Rai ed è li che è cominciato tutto. Amavo e amo tutt’ora scrivere, perciò la carta stampata è stato il mio approdo naturale.
Com’è cambiata Milano nel tempo?
Quando sono arrivata c’era ancora una coda lunga di ‘milanesità’: l’aperitivo col bianchetto e l’uovo sodo, i Navigli con le canzoni in milanese, i riti del giornale, il pranzo domenicale prima del turno. Era una Milano intima, familiare.
Poi è arrivata la rivoluzione dei social e l’illusione che si potesse saltare la gavetta: per alcuni basta un post o un profilo per conquistarsi un posto nel mondo. Milano è diventata un ‘punto di passaggio’, un posto da rapinare dei suoi tesori per poi scappare, senza alcuna gratitudine. Però la città ha gli anticorpi: alla lunga, se non hai stoffa, ti allontana. È meritocratica: se hai qualcosa da dire e da dare ti dà una chance, altrimenti ti lascia indietro.
Milano è più casa o più ufficio?
Per me è tutto, casa e lavoro. Il cartellone Emporio Armani all’aeroporto di Linate ogni volta mi rincuora, mi ricorda che sono a casa. Questo è il segno che vuoi tornare, che quello è il tuo posto, il mio posto.
È una città affascinante nelle sue contraddizioni: la sicurezza, il costo della vita, i prezzi al metro quadro fuori scala. E ha questa capacità continua di ‘maquillage’: quartieri ribattezzati e operazioni di marketing efficaci. Per esempio c’è un quartiere che a Milano ha preso il nome di uno stilista: la Fondazione Prada. Quindi non è più il Passante, è il quartiere ormai, perché fa figo. Milano è campionessa di marketing, veramente riesce a vendere il ghiaccio agli eschimesi.
Ma Milano è anche lavoro per me. Qui c’è il Corriere della Sera che è la mia famiglia, non potrei mai pensarmi senza il Corriere che è stata ed è ancora una scuola continua di conoscenza, di scambio, un laboratorio di idee perenne.
Perché il suo libro d’esordio ‘La milanese’ è diventato un bestseller?
Credo per due motivi. Primo: nella sua leggerezza è un libro coraggioso. Tutti sapevano come stavano le cose a Milano, ma nessuno le diceva: i milanesi primi della classe, perfetti e puntualissimi, con tic, vizi e virtù. Io, da provinciale, non avevo il filtro di chi è nato dentro quella bolla: arrivavo come su Marte e restavo incantata.
Il futon, le ‘sciure’ in bici coi tacchi e la molletta a fermare il pantalone, la frutta ‘impossibile’ fuori stagione. E poi nessuno si è offeso: la gente mi fermava per dirmi che nel racconto riconosceva l’amica, la parente o qualcuno di familiare, è scattata l’immedesimazione. Io ho raccontato la verità e la verità ha fatto comunità.
Un’altra faccia di Milano è quella della sicurezza: allarme reale o percepito?
Personalmente non vivo la città con paura, esco tardi la sera con il cane e non ho alcuna percezione di insicurezza. Però, da cronista, registro un disagio reale: lo leggo nelle lettere che mi arrivano via email, nella cronaca di microcriminalità. Il tema va letto in un’altra prospettiva, secondo me: Milano è più insicura perché è più sperequata. In uno spazio piccolo convivono due Milano diversissime, grattacieli e condomìni costosissimi da un lato, e una città che fatica a farcela dall’altro. Quando la frattura cresce, cresce anche la tensione.
Non solo, c’è il nodo casa: io all’inizio potevo permettermi un affitto, seppur con sacrifici; oggi non ci riuscirei. Se persino chi vince un concorso nella Pa rinuncia a trasferirsi qui, vuol dire che Milano rischia di diventare una città per ricchi. È a un bivio: Londra o Montecarlo.
Che direzione danno le Olimpiadi 2026, Londra o Montecarlo?
Le dimensioni mi fanno pensare che diventeremo Montecarlo perché siamo un piccolo Paese, abbiamo anche questa agevolazione fiscale della flat tax… Stiamo creando una città per ricchi, una nuova Venezia.
Ho come l’impressione che tra un po’ i milanesi andranno a vivere nella Mestre milanese perchè non potranno più permettersi di vivere in centro, in laguna. La classe media è schiacciata, spero che chi si candiderà alle prossime amministrative abbia a cuore questo tema.
E Roma? Potrebbe scrivere ‘Le romane’?
Solo dopo averci vissuto un anno. Mi devo immergere nei posti e sguazzarci un po’ per cogliere le dinamiche. Roma mi piace moltissimo, trovo che si stia ‘milanesizzando’ anche con elementi superficiali: capelli, colori, case, modo di ospitare. Perché l’essere milanese non è un indirizzo: è uno stato mentale.
Nella rubrica con Lina Sotis c’è un dialogo generazionale continuo. Cosa ha imparato osservando la società con i suoi occhi?
Con Lina Sotis c’è stato un incontro di due generazioni e di due modi simili di leggere la società. Quando lei ha letto (per prima) la mia Milanese e ne ha accettato con entusiasmo di firmarne la prefazione mi ha detto: ‘tu sei me 20 anni dopo, le sciure che raccontavo io negli anni Duemila oggi le racconti tu’. Per me è un grande privilegio avere l’approvazione di una Maestra del giornalismo italiano.
Lina mi insegna ogni giorno a non smettere mai di incuriosirmi, di restituire e impegnarmi nel fare del bene e ad avere la schiena dritta: essere immersi nella società, anche la più lieve, non deve farci perdere la voglia di denunciare quello che di storto c’è anche nel bel mondo. La nostra rubrica ‘Attente a noi due’ è attesa ogni domenica da molti lettori, proprio perché non risparmiamo nessuno!
L’articolo originale è stato pubblicato sul numero di Fortune Italia di marzo 2026 (numero 2, anno 9)

