Da Meloni allo Stretto di Hormuz: il gioco delle grandi potenze

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C’è un filo rosso che lega l’informativa del presidente del Consiglio Giorgia Meloni alle Camere con il gioco delle grandi potenze in Medio Oriente. In Aula, prima alla Camera e poi al Senato, Meloni ribadisce alcuni punti fermi: siamo “testardamente unitari” con l’Occidente, “tra Ue e Usa”, dice la premier; respinta ogni accusa di “subalternità” al presidente americano Trump perché “la collocazione internazionale dell’Italia non l’ha inventata questo governo ma è la stessa da circa ottant’anni a questa parte”.

Del resto, è difficile accusare Meloni di servilismo nella fase in cui la premier ribadisce, a ogni pie’ sospinto, che l’Italia non entra in guerra, che l’Italia è impegnata a favorire un accordo di pace; ancora più lunare appare tale accusa dopo il diniego all’utilizzo della base di Sigonella a due caccia americani (“Ci siamo attenuti agli accordi, il resto è propaganda”, ha scandito la premier in Aula).

L’interesse dell’Italia è che la guerra si concluda rapidamente e lo Stretto di Hormuz resti stabilmente aperto alle navi da cui dipende circa un quinto dell’approvvigionamento globale di petrolio. Per il nostro Paese, i rincari energetici – carburanti e gas – sono una questione di primaria importanza, il decreto che taglia le accise è stato prorogato fino al primo maggio ma è chiaro che se la crisi dovesse perdurare o aggravarsi, al problema dei prezzi in salita si aggiungerebbe una oggettiva difficoltà di fornitura e quindi di sicurezza energetica. È il worst scenario. Da queste parti però vogliamo essere ottimisti. Le parole incendiarie di Trump (“potrei cancellare la civiltà persiana, li riporteremo all’età della pietra”) hanno portato a un accordo sul cessate il fuoco della durata di due settimane. Sabato partirà, a Islamabad, un nuovo round di negoziati tra americani e iraniani.

Perché in Pakistan? Se l’Europa è la grande assente, la repubblica islamica invece si è ritagliato il ruolo di mediatore. Dietro il Pakistan, c’è la regia della Cina. Asim Munir, capo dell’esercito pachistano, si è mosso in stretto raccordo con Pechino, in particolare con il ministro degli Esteri cinese Wang Yi. Come ha dichiarato lo stesso Trump, Pechino ha dato una mano per raggiungere l’intesa. La Cina acquista dai Paesi del Golfo circa sei milioni di barili di petrolio al giorno; solo dall’Iran più o meno un milione e mezzo di barili. È una cifra enorme vista da Teheran; ma per i cinesi quei sei milioni di barili corrispondono più o meno al sei percento dei propri consumi totali. Il greggio iraniano copre l’1,5 percento. I cinesi, quindi, non temevano tanto di restare a secco di carburante, ma erano preoccupati per i contraccolpi sui prezzi globali dell’energia. È stato questo il terreno d’intesa, sia pure a distanza, con gli Usa.

La Cina si è mossa con discrezione ma senza far mancare pubblicamente la solidarietà politica all’Iran. La prova si è avuta in seno al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite dove Pechino e Mosca hanno opposto il veto alla bozza di risoluzione, di condanna degli attacchi iraniani alle petroliere e per la riapertura dello Stretto di Hormuz, presentata dal Bahrein, in coordinamento con Arabia Saudita, Emirati Arabi, Kuwait, Qatar e Giordania. I Paesi del Golfo non sono stati coinvolti nei passaggi cruciali della trattativa anche perché avevano esercitato pressione sulla Casa bianca affinché la guerra proseguisse. Soltanto gli Emirati Arabi Uniti sono usciti allo scoperto invocando pubblicamente il prosieguo delle operazioni militari per eliminare la capacità offensiva iraniana (del resto, Dubai e Abu Dhabi sono stati oggetto di massicci attacchi iraniani con droni e missili).

Da qui si torna allora alle parole pronunciate da Giorgia Meloni in Parlamento nel corso della sua informativa: nelle pieghe della guerra al regime degli ayatollah e alle sue capacità missilistiche e nucleari, si consuma il gioco delle Grandi Potenze. Se si è addivenuti a un accordo, per quanto fragile e di durata limitata, ciò è stato possibile perché Washington e Pechino erano d’accordo. l’Europa non esiste, e in questo quadro appare velleitario, nonché fuor di ragione, pretendere che il nostro Paese possa avere una qualche leva negoziale o che debba “rompere”, in segno di disaccordo, con l’alleato americano. Fare la guerra agli Usa con quale scopo? Quale l’alternativa? E’ uno scenario che condannerebbe l’Italia alla totale irrilevanza o all’ingresso nella sfera d’influenza cinese. Nel mezzo non si galleggia, si affonda e basta.

Philip Morris 07/2026
Poste Italiane Dic 25

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