Intervista a Giampiero Massolo, presidente di Mundys, sul ruolo abilitante delle infrastrutture tra economia e strategia internazionale.
Nel tredicesimo secolo Marco Polo percorreva la Via della Seta, una rete di rotte che collegava imperi, merci e culture, anticipando una dinamica ancora attuale: le infrastrutture della mobilità hanno da sempre modellato gli equilibri economici, facilitando scambi, investimenti e accesso ai mercati.
Oggi questo ruolo torna al centro del dibattito internazionale. Le tensioni tra blocchi economici, la riorganizzazione delle catene globali del valore e la crescente attenzione alla sicurezza economica stanno ridefinendo il ruolo delle infrastrutture di trasporto. Per decenni le interconnessioni sono state il motore della globalizzazione, l’architettura silenziosa che ha reso possibile la circolazione di merci, persone, capitali, tecnologie. Oggi quelle stesse interconnessioni restano un asset fondamentale, ma al contempo, rendono più evidenti vulnerabilità e interdipendenze.
Prosegue Dialoghi per la Competitività, la rubrica di Fortune Italia sui fattori che ridefiniscono la competitività economica: in questo numero ne discutiamo con l’Ambasciatore Giampiero Massolo, presidente di Mundys e direttore del Geopolitical Risk Observatory della Luiss, sul ruolo abilitante delle infrastrutture tra economia e strategia internazionale.
Negli ultimi anni la mobilità è stata letta soprattutto in chiave tecnologica e ambientale. Oggi, però, tensioni geopolitiche e frammentazione degli scambi riportano al centro non solo l’efficienza, ma anche la sicurezza e la sovranità economica delle infrastrutture, ovvero la capacità di garantire continuità operativa, ridurre dipendenze critiche e mantenere margini di decisione su asset che abilitano produzione, scambi e servizi essenziali. In che modo questo scenario trasforma la mobilità in una leva di resilienza e controllo strategico, oltre che in un fattore di efficienza?
Le infrastrutture di mobilità vanno oltre la dimensione tecnica: diventano strumenti di sicurezza economica e sovranità strategica. Per decenni la globalizzazione ha puntato all’efficienza, a ridurre costi e tempi. Oggi il contesto è più competitivo: economia, tecnologia e sicurezza si intrecciano. Tensioni tra Stati Uniti e Cina, la guerra in Ucraina e le instabilità nel Mar Rosso spingono governi e imprese a ripensare le filiere globali. Il commercio via mare cresce – oltre 12 mld di tonnellate all’anno – ma in un quadro più volatile. La competizione tra potenze si sposta sulle infrastrutture: grandi corridoi internazionali, dalla Belt and Road ai progetti occidentali, dimostrano che le reti sono leve di influenza geopolitica.
Le infrastrutture di trasporto sono centrali per la sicurezza economica globale. Controllare porti, corridoi e hub significa governare flussi commerciali, catene di approvvigionamento e equilibri geopolitici. Sempre più governi le integrano nelle strategie industriali e di sicurezza, mentre i grandi operatori devono progettare reti resilienti agli shock esterni. Come si traduce questa consapevolezza nelle scelte strategiche di Mundys?
Non si tratta più solo di gestire infrastrutture in modo efficiente, ma di costruire sistemi capaci di adattarsi a un ambiente instabile. Per Mundys questo significa agire su più livelli: la digitalizzazione, con dati e analisi predittiva per gestire flussi e criticità; la sicurezza, fisica e cibernetica; l’intermodalità, integrando strade, aeroporti, ferrovie e logistica per rendere la rete più flessibile e competitiva; e la sostenibilità, riducendo la dipendenza da fonti energetiche instabili per rafforzare la resilienza. La presenza internazionale permette inoltre di diversificare il rischio e cogliere opportunità in contesti diversi.
La risposta dell’Amb. Massolo evidenzia come gli operatori infrastrutturali non siano più solo gestori di asset, ma architetti di sistemi complessi. Le reti devono funzionare anche sotto stress, tra crisi energetiche, tensioni geopolitiche, cyber-attacchi o shock climatici. Allora, qual è la principale sfida per il nostro Paese?
L’Italia ha un vantaggio evidente: la posizione al centro del Mediterraneo, crocevia storico dei traffici tra continenti può tornare un asset strategico, ma solo se affrontiamo alcune criticità. La prima è la stabilità del quadro regolatorio: investire in infrastrutture richiede orizzonti lunghi e norme prevedibili. La seconda è la necessità di una visione integrata del sistema logistico nazionale: porti, aeroporti, ferrovie e autostrade devono essere progettati come parti di un’unica architettura connessa alle reti europee. Infine, occorre incorporare nelle strategie una valutazione strutturale del rischio geopolitico. L’instabilità internazionale non è più episodica: servono strumenti di analisi e intelligence economica per orientare le scelte.
In conclusione, le rotte continuano a disegnare le mappe del potere economico. Ma oggi, in un contesto di tensioni geopolitiche e catene del valore che si riorganizzano, il tema è la governance delle interdipendenze. Interdipendenza significa accesso a mercati e capitale, ma anche esposizione a shock, restrizioni, colli di bottiglia. Governarla vuol dire rendere quelle connessioni affidabili e gestibili: mappare dipendenze critiche, definire responsabilità e catene decisionali in caso di crisi, proteggere gli asset essenziali e, soprattutto, gestire i flussi con regole e dati condivisi.
Per l’Italia, centro delle connessioni euro-mediterranee, la sfida è trasformare il vantaggio geografico in un ecosistema integrato. Perché le mappe non si limitano a registrare i flussi: registrano le scelte di chi li rende possibili. In fondo, ogni epoca lascia la propria traccia sulla mappa delle rotte: oggi quella traccia passa ancora dalle infrastrutture – e dalla capacità di governarle.
L’articolo originale è stato pubblicato sul numero di Fortune Italia di marzo 2026 (numero 3, anno 9)

