L’Unione Europea cammina su un crinale pericoloso. Il monito arriva dalle colonne dal blog del Fondo monetario internazionale, dove Alfred Kammer, direttore del Dipartimento europeo Fmi, traccia un quadro a tinte fosche per il prossimo biennio: l’Europa rischia di “sfiorare la recessione”, con un’inflazione che, nello scenario più avverso, potrebbe arrivare al 5%. “Nessun Paese europeo è immune”.
Una crescita col freno a mano
Se prima del conflitto in Medio Oriente le stime parlavano di una revisione al rialzo, oggi la realtà è opposta: la crescita per l’area euro è stimata ad appena l’1,1% nel 2026, mentre l’intera UE si fermerebbe all’1,3%. Ma sono previsioni incerte, accompagnate da un doveroso scenario peggiore, che si concretizzerebbe in caso di conflitto mediorientale (e shock energetico) prolungato. Quel 5% di inflazione che porterebbe il continente alla recessione
L’inflazione crescerà, in ogni caso: Fmi prevede un 2,8% nel 2026, in rialzo rispetto al 2,5% stimato per l’anno precedente.
In questo contesto, la BCE si trova costretta a una navigazione prudente: sebbene le aspettative a medio termine appaiano vicine alla tradizionale quota obiettivo per l’inflazione, il 2%, la previsione è di un rialzo de itassi di 50 punti base entro la fine dell’anno in corso.
Il “no” ai sussidi: l’affondo sull’Italia
Uno dei passaggi più duri dell’analisi di Kammer riguarda la gestione dei conti pubblici. Il capo del dipartimento europeo critica apertamente le misure di sostegno come il taglio delle accise o i tetti ai prezzi, definendole “imprudenti”.
“Il sostegno non mirato avvantaggia in modo sproporzionato le famiglie a reddito più elevato” e che consumano più energia, si legge nel rapporto.
I numeri parlano chiaro: durante la crisi del 2022, l’Europa ha speso il 2,5% del PIL in pacchetti energetici, spesso sprecando risorse, secondo il FMI; sarebbe bastato lo 0,9% del PIL per proteggere integralmente il 40% delle famiglie più vulnerabili. Una lezione che Paesi ad alto debito come Italia e Francia devono apprendere in fretta, a differenza di nazioni più “virtuose” come Danimarca e Svezia, che dispongono ancora di margini per manovre anticicliche.
Da Kammer arriva un appello alla politica: non usare l’emergenza come scusa per rinviare le riforme. In un mondo segnato da shock frequenti (climatici, finanziari e geopolitici) la resilienza è diventata un asset strategico.
La ricetta del FMI passa anche dall’accelerazione sulle rinnovabili e l’integrazione delle reti continentali, ma sopratutto dal processo di riforme strutturali: intervenire subito per evitare che il prossimo shock trovi l’Europa con un debito più alto e meno armi per difendersi.
“Rinviare le scelte difficili”, conclude Kammer, “significa condannarsi a una crescita lenta”.
