Essere imprenditori oggi ha ancora senso? Sì, ma dipende da dove si prova a diventarlo. Nel 2025, nell’Unione europea si contavano oltre 2 milioni di giovani imprenditori tra i 20 e i 29 anni. Un numero che racconta un continente ancora capace di generare iniziativa economica tra le nuove generazioni, ma con disomogeneità. È il caso dell’Italia, che si colloca al quindicesimo posto: una posizione che segnala limiti strutturali più che un reale allineamento alla media europea.
Secondo i dati Eurostat, i giovani lavoratori autonomi rappresentano il 7,9% del totale nella fascia d’età considerata. Ma la distribuzione tra i Paesi membri è tutt’altro che uniforme: Slovacchia, Malta e Romania guidano la classifica, mentre economie più mature come Irlanda e Spagna restano indietro.
La posizione intermedia dell’Italia
L’Italia, storicamente vocata al lavoro autonomo e alle piccole imprese, si trova in una posizione intermedia che riflette un paradosso ormai chiaro: molti giovani scelgono (o sono costretti a scegliere) la via dell’autoimpiego, spesso però in assenza di un ambiente favorevole alla crescita.
Il dato più critico non è tanto il numero di giovani imprenditori, quanto il contesto in cui operano. Il tasso di occupazione tra i 20 e i 29 anni in Italia è il più basso d’Europa, fermo al 47,6%, ben al di sotto della media Ue del 65,6%.
Guardando ai Paesi in cima alla classifica emerge un modello diverso: in Slovacchia e Malta, l’imprenditorialità giovanile è sostenuta da politiche attive, maggiore accesso al credito e contesti normativi più snelli. Al contrario, nei Paesi dove il dato è più basso, come Irlanda e Spagna, incidono fattori opposti: mercati del lavoro più strutturati e maggiori opportunità di impiego riducono la spinta verso l’autoimprenditorialità.
Il ruolo delle politiche pubbliche
Negli ultimi anni, l’Unione europea ha cercato di rafforzare l’ecosistema imprenditoriale con programmi di mobilità e formazione, come Erasmus per giovani imprenditori, per favorire lo scambio di competenze e l’apertura internazionale delle Pmi. Tuttavia, il divario tra Paesi resta significativo.
In Italia, le criticità principali continuano a essere l’accesso ai finanziamenti, la burocrazia e una limitata integrazione tra università, ricerca e impresa. Un altro elemento aiuta a leggere il fenomeno: il confronto con le generazioni precedenti. In molti Paesi europei, il tasso di imprenditorialità è più basso tra i giovani rispetto agli over 40, segno di barriere crescenti all’ingresso, dal capitale iniziale alle competenze manageriali.
In Italia, questo divario è ancora più marcato. Il tessuto produttivo è dominato da imprese spesso a conduzione familiare, dove il ricambio generazionale è lento e l’ingresso di nuovi imprenditori indipendenti più difficile.
Le misure del governo
Proprio per stimolare l’imprenditorialità e, più in generale, il lavoro giovanile, il ‘decreto Primo Maggio’ (ancora allo studio) dovrebbe includere la stabilizzazione del bonus per le assunzioni degli under 35, con sgravi contributivi per le imprese, nuove agevolazioni per l’occupazione femminile e interventi a tutela dei lavoratori delle piattaforme digitali.
Il provvedimento dovrebbe inoltre rafforzare la sicurezza sul lavoro e ampliare le tutele contro sfruttamento e caporalato, oltre a prevedere strumenti per contrastare il caro vita, anche attraverso l’estensione dei minimi salariali nei contratti più diffusi, con l’obiettivo di garantire un ‘salario giusto’.
