Una parte importante dell’infrastruttura alla base dell’euro digitale si troverà in Italia: tre data center su cui ‘gireranno’ le transazioni saranno nel nostro Paese.
Difficilmente la Bce svelerà mai l’ubicazione precisa dei server su cui gireranno le transazioni della sua moneta digitale (attesa alla fase pilota nella prima metà 2027 e al lancio nel 2029), né probabilmente verranno svelati dettagli tecnici sull’infrastruttura o la potenza di calcolo necessaria, così come non è stato fatto per infrastrutture di pagamento come Target.
Sappiamo però che l’Italia giocherà un ruolo fondamentale: tre dei data center su cui ‘girerà’ l’euro digitale saranno nel nostro Paese, gestiti direttamente da Bankitalia.
Almeno uno di questi (ma, da quanto apprende Fortune Italia, non necessariamente solo uno) sarà a Roma.
I tre data center italiani faranno parte di un’architettura più grande che dovrebbe coinvolgere altri Paesi (è lecito pensare che ci saranno Francia e Germania) e diversi data center.
Anche se la Bce non ha dettagliato le voci di costo per l’euro digitale, è probabile che la costruzione dell’infrastruttura prenda una parte considerevole del miliardo e 300 milioni di euro a carico dell’Eurosistema. Dal punto di vista tecnico, ci si aspetta che l’infrastruttura debba gestire un numero di transazioni molto superiore rispetto a quelle gestite da Tips, dove girano i bonifici instantanei, e dove sono state registrati, nel 2024, 1,35 miliardi di transazioni.
Ad oggi la Banca d’Italia lavora all’euro digitale principalmente dalla sua struttura di Frascati, vicino Roma, nel Centro Donato Menichella.
L’incontro a Bruxelles sull’euro digitale
A rivelare qualche dettaglio sull’infrastruttura sono stati i tecnici di Bankitalia (che ha praticamente in mano la partita tecnologica sull’euro digitale) durante un incontro a Bruxelles organizzato dall’Abi, l’Assoziazione bancaria italiana, al quale hanno partecipato rappresentanti delle banche centrali e degli istituti di credito, fino agli operatori commerciali e ai politici italiani provenienti da tutto lo spettro politico (esclusa la Lega).
Tutti, ora che il percorso dell’euro digitale sembra aver superato i nodi del Parlamento Europeo (che ne deve approvare il regolamento), ripetono quanto detto da mesi dai rappresentanti dell’Eurosistema: l’iniziativa è necessaria all’Europa per la sua sovranità, per proteggere un settore dei pagamenti su carta e online oggi dominato da attori a stelle e strisce come Visa, Mastercard e Paypal, che in oltre una decina di Paesi hanno un dominio praticamente incontrastato.
L’euro digitale, secondo Bce, serve a proteggere l’euro stesso, ma anche la sovranità digitale del continente: un controllo totale sull’infrastruttura che lo ospiterà era quindi necessario.
Su questo la Bce si è affidata a Banca d’Italia: unico gestore di Tips (per i pagamenti istantanei) e player principale di T2 (successore di Target, dove girano i bonifici ordinari), via Nazionale è stata il principale sponsor dell’euro digitale dai tempi in Bce del Governatore Fabio Panetta, che la stessa Christine Lagarde considera il ‘papà’ dell’euro digitale. É stata Bankitalia a creare un’unità apposita a Roma guidata da Marco Pieroni (che abbiamo intervistato qui).
Marco Pieroni (Banca d’Italia): “Così costruiamo l’euro digitale”
Pieroni ha spiegato durante l’incontro di Bruxelles che l’architettura dell’euro digitale sarà geograficamente distribuita per eliminare i ‘point of failure’, e l’elaborazione delle transazioni sarà decentralizzata, a differenza della governance.
Pieroni ha spiegato che i server rappresenteranno un asset tecnologico di prim’ordine per l’Italia, che oltre a essere parte del gruppo delle banche centrali che sviluppa le componenti della piattaforma attraverso Bankitalia, ha anche aziende come Almaviva, Fabrick e Nexi coinvolte nel progetto: si occupano dello sviluppo del corollario tecnologico essenziale, dalle funzionalità offline all’app.
Paolo Zaccardi (Fabrick): Come stanno cambiando i pagamenti digitali in Europa
I player coinvolti sul cloud
Lo stesso approccio è stato usato per l’infrastruttura cloud che sosterrà l’euro digitale.
Le componenti ‘core’ resteranno nelle mani delle banche centrali, con server direttamente gestiti dai tecnici dell’Eurosistema – la stessa Bankitalia per tradizione costruisce i propri sistemi in house e prevede di aumentare il numero di tecnici dedicati all’euro digitale fino a 100 unità nei prossimi anni.
Ma i servizi cloud per componenti specifiche sono stati affidati a operatori privati europei, più nello specifico francesi: OVHcloud (attraverso Senacor) e Scaleway (parte del Gruppo Iliad).
In sostanza le macchine delle due società (entrambe presenti in Italia con i loro data center) non ospiteranno le transazioni ma serviranno a supportarle con lo sviluppo del protocollo Sepi (Secure Exchange of Payment Information) che serve a consentire il trasferimento sicuro delle informazioni relative ai pagamenti tra le organizzazioni coinvolte nel futuro sistema dell’euro digitale, dalle banche agli operatori. Anche in questo caso si tratta di un’infrastruttura cloud sovrana gestita interamente all’interno dell’Unione Europea, come voluto dalla Bce.
