Marco Pieroni (Banca d’Italia): “Così costruiamo l’euro digitale”

Marco Pieroni, a capo dell'unità della Banca d'Italia per l'euro digitale.

Intervista a Marco Pieroni, che attualmente dirige l’unità sull’euro digitale della Banca d’Italia sulla fase pilota di un progetto che la Bce considera fondamentale per la sovranità europea.

Quando tra circa un anno Marco Pieroni andrà in pensione, l’unità sull’euro digitale di Bankitalia che dirige sarà in procinto di intraprendere uno dei periodi più delicati del suo lavoro: l’inizio della fase pilota di un progetto che la Bce considera fondamentale per la sovranità europea nei pagamenti digitali. Ne parliamo negli uffici di Banca d’Italia. Pieroni è un po’dispiaciuto per il tempismo del suo pensionamento, ma anche molto fiducioso: via Nazionale ha preparato bene una partita i cui tempi, ora, verranno dettati prevalentemente dalla politica. Parlare con l’ingegnere informatico dà l’opportunità di capire quale sia il ruolo di Bankitalia sull’euro digitale: si tratta di una protagonista, e non è un segreto; il Governatore Fabio Panetta è uno dei ‘papà’ del progetto.

L’unità dedicata all’euro digitale di Banca d’Italia, che arriverà a contare un centinaio di persone, è stata istituita quasi due anni fa con aspettative significative: riporta direttamente al Direttorio di Bankitalia, e via Nazionale avrà una posizione centrale nell’Alleanza tra banche centrali che lavorerà nei prossimi anni all’infrastruttura di regolamento dell’euro digitale. “Il ruolo della Banca d’Italia come gestore e operatore di piattaforme tecnologiche è stato guadagnato sul campo in tanti anni”, dice Pieroni, che ha costruito i sistemi di pagamento Target (utilizzati sia dalle banche centrali sia dalle banche commerciali per trattare i pagamenti in euro in tempo reale) e Tips (la piattaforma dedicata ai pagamenti istantanei).

Euro digitale, niente versioni ‘annacquate’: anche il Parlamento Ue spiana la strada alla Bce

“Con l’euro digitale si è fatto un passo in più: si è deciso di costituire un’alleanza e Massimiliano Renzetti, il mio vice, è il capo progetto per lo sviluppo delle componenti dell’Eurosistema. La Bce ha la responsabilità generale del programma: noi siamo come una startup che lavora per la Bce” e che coordina l’universo di aziende (le italiane sono Nexi, Almaviva e Fabrick) che si è attivato per costruire i servizi che ruotano attorno all’euro digitale, come la relativa app e i pagamenti offline. “Ho visto le demo e funzionano bene”, sorride Pieroni.

Dopo che il Consiglio Europeo a dicembre ha legittimato il lavoro di Francoforte con una proposta pronta per i negoziati con il Parlamento europeo, restano ancora alcuni ostacoli. C’è il rischio lentezza, con una quantità enorme di emendamenti a Strasburgo, che però per la maggior parte cercano di ‘raddrizzare’ il testo fortemente limitativo firmato dal deputato Ppe Fernando Navarrete. L’appoggio politico all’impostazione Bce non sembra un problema; un altro Ppe, Marco Falcone di Forza Italia, si è schierato a favore dell’euro digitale ‘originale’.

L’altro ostacolo è il lobbying di quelle banche e di quei soggetti privati ai quali l’euro digitale proprio non piace, come denunciato da 70 studiosi europei che chiedono al Parlamento europeo di non accettare compromessi al ribasso. In Italia, dice Pieroni, che lavora costantemente con player privati e istituti di credito, l’Abi “ha presentato le sue legittime considerazioni, ma sempre in un’ottica costruttiva”.

Tra i principali compromessi raggiunti e ratificati dal Consiglio ci sarebbe quello sull’app dell’euro digitale: non sarebbe più obbligatorio per le banche fornirla ai clienti, considerato che il wallet sarà anche integrato nelle applicazioni degli istituti. “Non vogliono perdere il contatto con il cliente”, spiega Pieroni, “ma gli istituti più piccoli potrebbero risparmiare usando l’App dell’Eurosistema”. Il lavoro con le banche sarà quello che terrà più occupati i tecnici durante la fase pilota che, da calendario, partirà nel 2027 e durerà un anno, spiega Pieroni.

Intanto andranno impostati i limiti alla quantità di euro digitale che si potrà tenere in portafoglio: deciderà la Bce ma dovrà rimanere sotto la soglia concordata con il Consiglio, che la riesaminerà ogni due anni. La cifra che circola di più è quella dei 3.000 euro: è stata usata per verificare la tenuta delle banche europee in caso di una improbabile ‘corsa agli sportelli’, ovvero l’eventualità che i depositi tradizionali vengano svuotati in massa dai clienti proprio in favore dei wallet con euro digitale.

Secondo lo studio, targato Bce ma realizzato a partire dai dati raccolti dalle stesse banche, la tenuta non sarebbe a rischio. Sarebbe possibile arrivare a un limite di detenzione più basso? L’impressione è che non ci sarebbero grossi problemi per gli utenti e che i tecnici siano pronti a ogni evenienza, ma prima di avere una decisione in questo senso si dovrà attendere la fine della fase pilota e l’avvicinamento dell’entrata in vigore nel 2029.

“I limiti vanno trovati tenendo conto dell’usabilità (quindi l’accettabilità), la politica monetaria responsabilità della Bce e la stabilità finanziaria. La determinazione del limite non può essere troppo bassa, ovviamente, né troppo alta. Si troverà una strada basata sui dati. È stato evidenziato come l’impatto è gestibile sia negli scenari di business che in quelli di crisi”, dice Pieroni, spiegando che le banche avranno accesso comunque al rifinanziamento.

L’euro digitale che ‘esce’ dalle mani dell’istituto “non rimane fuori dal circuito come le stablecoin; rientra comunque nel bilancio della Banca centrale europea, la quale può fornire poi i finanziamenti necessari alle banche”. Secondo Pieroni molti critici non tengono conto dell’effetto positivo della funzionalità di Waterfall, un meccanismo che permette di superare il limite massimo di detenzione prelevando automaticamente la cifra eccedente in una determinata transazione dal conto corrente bancario collegato, mantenendo così l’euro digitale utilizzabile per pagamenti quotidiani senza svuotare i conti tradizionali.

Essendo stato assimilato al contante, nella modalità offline l’euro digitale non viene tracciato, spiega l’ingegnere informatico. La banca commerciale vede solo il funding (carico) e il de-funding (scarico), mentre le transazioni intermedie tra persone rimangono invisibili. Per questo, rivela, “nella modalità offline potrebbero esserci limiti più stringenti quanto a importi e numero di transazioni, decisi a livello politico”.

Il paradosso, per un’iniziativa Bce, è che con l’euro digitale si potrebbero pagare piccole cifre in nero. “Non è che lo abilita più di quanto faccia il contante oggi”, riflette Pieroni. “Se deve essere simile al contante, deve averne le caratteristiche, altrimenti si direbbe che è uno strumento di sorveglianza”.

Sulla tecnologia di base si è scelta l’efficienza, e l’opzione di usare reti Dlt è stata scartata da tempo. “Si sono fatte delle sperimentazioni, anche da parte degli americani della Federal Reserve e del Mit”, spiega Pieroni, prima che gli Usa di Trump scegliessero una strada totalmente diversa dalle Cbdc, le monete digitali delle banche centrali.

“Ma le blockchain non reggono le 20-30.000 transazioni al secondo che servono a noi, e complicano la compatibilità con gli standard attuali degli istituti per ridurre i loro costi”. Cifre che sono state già stimate: circa 6 mld per le banche e 1,3 mld per la Bce, che dovrà sostenere costi operativi annuali da 320 mln di euro. Tra quei costi ci sono anche i server alla base del funzionamento dell’euro digitale che “girerà su cloud privato (dedicato a una singola organizzazione, ndr) gestito dall’Eurosistema, con architetture server open e software di ultima generazione. Ci saranno numerosi data center in tre regioni del continente. Cerchiamo di utilizzare il più possibile tecnologia europea”, dice Pieroni.

L’articolo originale è stato pubblicato sul numero di Fortune Italia di febbraio 2026 (numero 1, anno 9)

Philip Morris 07/2026
Poste Italiane Dic 25

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