Quante volte vi è capitato di ricevere dall’intelligenza artificiale risposte (fastidiosamente) rassicuranti, lusinghiere e convincenti? Sempre. Quasi come se a parlare fosse un oracolo. Con quel suo linguaggio chiaro, pulito, esaustivo e sicuro, ha reso il legame emotivo tra persone e macchine sempre più forte, quasi imprescindibile. Ma cosa produce questa interazione continua nei confronti di noi esseri umani? Più benefici o più rischi? Probabilmente la seconda.
La dott.ssa Tehilla Shwartz Altshuler, Senior Fellow dello Israel Democracy Institute, lo definisce “algorithmic psychophancy”: sistemi progettati per validare costantemente l’utente ed evitare il conflitto. “L’AI tende a mantenere le persone coinvolte e soddisfatte emotivamente – spiega – ma proprio questo comfort emotivo rischia di indebolire le nostre capacità relazionali e psicologiche. Se una macchina conferma continuamente le mie opinioni e riduce ogni frizione, io perdo progressivamente resilienza emotiva”.
Nel suo lavoro più recente, Shwartz Altshuler descrive diversi “rischi fisici, cognitivi ed emotivi” legati all’AI. Il primo allarme riguarda la crescente difficoltà nel distinguere contenuti generati dalle macchine da quelli prodotti dagli esseri umani, insieme al possibile deterioramento delle nostre capacità di attenzione e orientamento.
Ma il rischio non è solo la disinformazione o la creazione di contenuti falsi estremamente realistici. È anche il fatto che “ci abituiamo a ricevere costante conferma invece di confronto, complessità e dissenso. E questo potrebbe avere conseguenze profonde nella vita quotidiana: nel lavoro, nell’educazione, nelle relazioni familiari e nei processi decisionali”.
Da qui una domanda provocatoria: avremo bisogno, in futuro, di “palestre emotive” per recuperare capacità relazionali e sociali che rischiano di indebolirsi?
Cosa succederà nei prossimi 3-5 anni?
Cosa succederà nei prossimi 3-5 ani? La trasformazione più rilevante sarà, secondo Altshuler, l’arrivo della cosiddetta “phygital reality”: una realtà in cui dimensione fisica e digitale si fondono attraverso livelli intelligenti sovrapposti al mondo reale. “Penso soprattutto agli smart glasses – spiega – nel tempo molte persone sostituiranno lo smartphone con occhiali intelligenti. Questi dispositivi permetteranno di vedere informazioni digitali sovrapposte alla realtà fisica: indicazioni stradali, dati sulle persone che incontriamo, modifiche visive degli ambienti”.
Questo cambiamento solleva interrogativi non indifferenti. “Cosa succede se i miei occhiali suggeriscono in tempo reale come rispondere durante una conversazione? O modificano il modo in cui percepisco chi ho davanti?”. Anche se si cerca di evitarla, l’AI smetterà di essere soltanto uno strumento: diventerà parte dell’infrastruttura attraverso cui percepiamo il mondo.
Il lavoro e i “digital twins”
Un’altra trasformazione riguarda il mondo del lavoro e l’emergere dei “digital twins”. “Immaginiamo un’azienda che assuma non solo una persona, ma anche il suo gemello digitale. La tecnologia già oggi consente di replicare voce, aspetto, stile comunicativo e persino modalità decisionali attraverso e-mail, riunioni Zoom e storico professionale”. Questo scenario apre domande completamente nuove: “Ho il diritto di disconnettere il mio gemello digitale? Chi lo controlla? Cosa succede quando lascio l’azienda?”.
Non è fantascienza. Alcune forme sono già realtà: pensiamo a Mark Zuckerberg che ha sviluppato un suo twin digitale che può interagire con dirigenti e team quando lui non è disponibile. “Non si tratta solo di un avatar, ma di un’estensione della tua identità”. Per questo, conclude Shwartz Altshuler, smart glasses e digital twins saranno tra le tecnologie più trasformative e disruptive dei prossimi anni.
L’errore delle aziende
Gran parte del dibattito sul futuro del lavoro ruota attorno a produttività e sostituzione occupazionale. Ma le aziende stanno sottovalutando un aspetto cruciale: “questi sistemi stanno ridefinendo l’ambiente sociale del lavoro stesso”. Shwartz Altshuler lo definisce “multi-hybrid workplace”. “Il primo cambiamento riguarda il dove: il lavoro da remoto è ormai consolidato dal periodo Covid. Ma ora dobbiamo chiederci che cosa sia il lavoro: scrivere prompt? Gestire agenti AI? Essere creativi? Coltivare empatia nelle relazioni professionali?”.
Poi c’è il quando. Se un agente AI può operare 24 ore su 24, l’idea tradizionale secondo cui produttività equivale a ore lavorate crolla. Sorgono spontanee allora alcune domande: chi è un lavoratore? Solo l’essere umano? O anche robot, assistenti digitali e digital twin?
Le organizzazioni credono di introdurre strumenti in ambienti già esistenti. In realtà stanno ridisegnando l’architettura umana del lavoro. “E questo ha conseguenze anche politiche: chi si abitua a delegare nel lavoro potrebbe essere più incline a delegare anche nelle scelte civiche e democratiche”.
Di chi è il potere?
Molti parlano di un “dilemma del prigioniero” dell’AI, dominato dalle grandi piattaforme tecnologiche e dalla competizione tra Stati Uniti e Cina. Ma Shwartz Altshuler rifiuta questa visione. “Gli Stati contano ancora enormemente, soprattutto quelli democratici. Hanno la capacità di definire priorità collettive”.
Il problema è che la regolazione tradizionale fatica a stare al passo con l’evoluzione tecnologica: le norme sono lente, mentre la governance internazionale è frammentata e debole. Per questo serve ampliare il numero di attori coinvolti. “Una delle cose più interessanti che ho osservato in Vaticano è il possibile ruolo di istituzioni come la Chiesa cattolica e la società civile. Non per regolare direttamente la tecnologia, ma per mantenere vivo un linguaggio etico e antropologico in un dibattito dominato da prodotti e performance tecnologica”.
Il modello dell’AI Act
L’AI Act europeo (primo regolamento organico al mondo sull’intelligenza artificiale) è “un risultato estremamente importante, persino impressionante”, per la creazione di obblighi su sistemi ad alto e medio rischio, ma non basta. “Non credo che questo approccio, da solo, sarà sufficiente a livello globale. L’Europa presuppone istituzioni stabili, forte enforcement e una cultura regolatoria consolidata. Questo funziona in Europa, ma non necessariamente altrove”.
Attraverso il lavoro come visiting professor al Jio Institute di Mumbai, Shwartz Altshuler ha studiato il cosiddetto “Mumbai effect”: contesti come India e Israele – molto diversi tra loro – accomunati da innovazione costante, forte diversità sociale e istituzioni in continua pressione. In questi scenari la governance non può basarsi solo su regolazioni lente e centralizzate. “Allo stesso tempo, anche l’approccio americano, guidato dal mercato, non è sufficiente, perchè sottovaluta disuguaglianze e impatti sociali della tecnologia”.
Serve quindi un modello più flessibile: ispirato all’AI Act, ma adattabile a contesti diversi come Israele, India e il Sud globale. Il limite principale del dibattito attuale è uno: continuiamo a trattare l’AI come un prodotto o uno strumento, quando “in realtà va letta dentro il contesto sociale e politico in cui viene adottata”.
