Il comune di Peccioli, vincitore del premio ‘Borgo dei Borghi’ nel 2024, è il simbolo di un’Italia capace di reinventarsi senza perdere il legame con il proprio territorio. Un riconoscimento arrivato al termine di un percorso lungo decenni, in cui il piccolo centro toscano è riuscito a trasformarsi in un case study nazionale grazie a un modello di sviluppo fondato su cultura, partecipazione e identità locale.
Dietro la narrazione del “borgo modello”, però, c’è anche una storia più complessa e per certi versi controcorrente: quella di un territorio che ha scelto di ripensare persino il rapporto con il ciclo dei rifiuti e con il termovalorizzatore di Legoli, trasformando un’infrastruttura spesso percepita come divisiva in un elemento integrato nel tessuto economico, ambientale e culturale della comunità. Un’esperienza che, nel tempo, ha contribuito a ridefinire l’immagine stessa di Peccioli, oggi diventato laboratorio di innovazione territoriale e sociale.
È da queste riflessioni che nasce ‘Energie Micropolitane‘, il volume edito da Touring e curato da Marco Marcatili insieme a Silvia Brena e Massimiliano Colombi. Il libro prova a leggere l’Italia contemporanea attraverso la lente dell’Italia intermedia, quella dei territori policentrici, delle città medie e delle comunità locali che cercano nuove forme di sviluppo al di fuori della tradizionale dicotomia tra metropoli e aree marginali.
Nel testo, Peccioli diventa così il simbolo di una possibile ‘Italia micropolitana‘: un Paese che può ritrovare competitività e coesione partendo dalle comunità, dalle energie sociali e dalla capacità di costruire identità territoriali aperte al futuro senza rinunciare alle proprie radici. A raccontarci di come è nata l’idea e il motivo per cui questa Italia dovrà essere riscoperta è Marco Marcatili.
Nel libro si parla di ‘Italia micropolitana’ come alternativa sia alla retorica metropolitana sia a quella dei borghi-cartolina. Come nasce questa definizione?
Nasce anche da una consapevolezza personale: noi autori siamo ‘micropolitani’ di origine e provengono da quell’Italia intermedia che spesso non si riconosce né nel racconto idealizzato del borgo – visto come luogo di memoria, tradizione e qualità della vita, ma con poche opportunità – né nella dimensione metropolitana, percepita come l’unico spazio possibile per innovazione e crescita. L’Italia intermedia, invece, dimostra che è possibile coniugare innovazione e dimensione comunitaria. Nelle grandi città si avverte sempre più una certa stanchezza: si indeboliscono le relazioni sociali e aumentano i disequilibri. Guardando soprattutto alle giovani generazioni, ci siamo resi conto che esiste un’Italia che soffre, ma che allo stesso tempo cerca forme di autodeterminazione e nuovi equilibri.
Uno degli equivoci da cui vogliamo uscire è l’idea che “micropolitano” significhi semplicemente ‘piccolo’. Per noi significa soprattutto equilibrio. Abbiamo visto città molto innovative che, però, hanno sacrificato la dimensione relazionale. Anche le grandi aree urbane, forse, avrebbero bisogno di riscoprire una dimensione più micropolitana. La cittadinanza micropolitana, per noi, è la capacità dei cittadini di contribuire direttamente all’integrazione dei progetti e alla costruzione della comunità. Questa prospettiva nasce dal desiderio di rendere giustizia a un’Italia spesso dimenticata, ma abitata da circa 20 milioni di persone. Per questo riteniamo necessaria anche un’agenda micropolitana. Non si può pensare, ad esempio, che strumenti come il Piano Casa possano essere applicati allo stesso modo ovunque: nei territori dell’Italia intermedia il problema non è la scarsità di abitazioni, ma semmai come recuperare e rimettere in gioco quelle già esistenti. È anche per questo che abbiamo voluto alzare la voce su una realtà troppo spesso marginalizzata nel dibattito pubblico.
Nel testo sostenete che le città medie siano ‘l’ossatura silenziosa del Paese’. Perché la politica e il dibattito pubblico continuano a sottovalutarle?
Non credo ci sia un’intenzionalità, quanto piuttosto una scarsa consapevolezza del loro ruolo. Il fatto stesso che il tema della città e dell’abitare sia entrato stabilmente nell’agenda pubblica è piuttosto recente. Anche in questo caso, però, la narrazione dominante spesso non tiene conto delle specificità italiane: pensare, ad esempio, che l’abolizione delle province possa rappresentare una soluzione universale non funziona nel contesto del nostro Paese. Oggi si avvertono segnali di stanchezza nei grandi centri urbani e molte persone scelgono di lasciarli soprattutto a causa dell’aumento dei costi della vita. Le città micropolitane, invece, si trovano spesso entro un’ora dalle grandi città e possono offrire una combinazione diversa di opportunità e qualità della vita. Attraverso un’offerta integrata, queste realtà possono rappresentare un modello alternativo, fondato su relazioni umane più forti, integrazione, qualità del paesaggio ed equilibrio sociale: elementi che molte giovani generazioni stanno tornando a cercare. In Italia sembra esserci un bisogno profondo di sviluppo urbano che non si allontani dalla dimensione comunitaria. Naturalmente, anche i territori micropolitani devono essere capaci di evolversi. Oggi le persone non cercano soltanto tranquillità, ma anche un contesto culturale dinamico, servizi adeguati e infrastrutture socio-economiche di buon livello.
Perché avete scelto Peccioli come caso simbolo del libro?
Peccioli rappresenta un caso emblematico perché, grazie a un’intuizione sviluppata nel tempo, è riuscita a costruire una continuità amministrativa e progettuale che ha permesso al territorio di crescere in modo coerente. Questo ha consentito di investire in infrastrutture sociali e servizi capaci di rendere il paese attrattivo anche per le giovani generazioni, oltre a utilizzare in modo efficace le risorse pubbliche, a differenza di quanto avvenuto in altri territori italiani. Oggi scegliere di vivere a Peccioli significa anche accettare un modello diverso di lavoro e di vita, in cui lo smart working ha un ruolo importante. È un esempio concreto di come una realtà micropolitana possa offrire qualità della vita senza rinunciare alle opportunità professionali.
Noi crediamo che l’Italia non possa permettersi di perdere il patrimonio rappresentato dalle città medie. Per questo riteniamo necessario costruire poli micropolitani capaci di presentarsi agli investitori con progetti credibili e una visione chiara di sviluppo. Stiamo anche lavorando alla creazione di un osservatorio che possa aiutare le istituzioni a raccontare queste realtà agli investitori, molti dei quali oggi mostrano una crescente stanchezza verso i grandi centri urbani e guardano con interesse alle città intermedie come alternative più sostenibili ed equilibrate.
Le città medie possono diventare protagoniste anche nella transizione digitale ed energetica?
Assolutamente sì, anche se non tutte potranno farlo nello stesso modo. È importante non creare l’illusione che ogni città media possa diventare automaticamente un polo strategico della transizione digitale o energetica. Servono condizioni, visione e capacità di individuare una propria vocazione specifica. Prendendo il tema dei data center, ad esempio, è evidente che il futuro richiederà infrastrutture più distribuite sul territorio, ma questo non significa che ogni città possa ospitarle. Ciò che invece è possibile è immaginare una rete più diffusa e integrata, capace di collegare realtà micropolitane e grandi centri urbani.
Peccioli, nel suo percorso, ha saputo costruire una propria identità partendo anche dalla gestione della discarica, trasformandola in un elemento di sviluppo e innovazione. Altri territori dovranno trovare intuizioni diverse, legate alle proprie caratteristiche e competenze. C’è spazio, quindi, per costruire specializzazioni territoriali all’interno di una rete micropolitana connessa alle aree metropolitane. La sfida non è replicare un unico modello, ma valorizzare le specificità di ciascun territorio all’interno di un sistema più ampio e coordinato.
Nel libro tornano spesso le ‘energie sociali’. Come si riconoscono concretamente in un territorio?
Le energie sociali si riconoscono innanzitutto nella capacità di un territorio di costruire un progetto condiviso. Nel caso di Peccioli, la svolta è arrivata proprio attraverso una visione capace di orientare gli investimenti pubblici e, allo stesso tempo, di coinvolgere il mondo del terzo settore e le realtà locali in un percorso comune di sviluppo. Alla base c’è l’idea che ogni investimento importante non nasca mai soltanto da una decisione amministrativa, ma da uno sforzo di intelligenza collettiva. È la comunità, nelle sue diverse componenti, che contribuisce a creare le condizioni perché certi progetti possano prendere forma e consolidarsi nel tempo.
Le energie sociali, quindi, non sono solo risorse economiche o organizzative, ma la capacità di una comunità di mobilitarsi, partecipare e riconoscersi in una prospettiva condivisa. È anche questo lo stile con cui Peccioli sta continuando a reinventarsi: un modello che punta sulla collaborazione tra istituzioni, cittadini e realtà associative per costruire sviluppo e coesione sociale.


