La maggior parte dei candidati arriva a un colloquio con risposte preparate, punti deboli studiati a tavolino e una lista di domande pensate per impressionare. Ma Steve Jobs, secondo diverse ricostruzioni, aveva un metodo molto meno convenzionale per decidere chi assumere in Apple: il cosiddetto “beer test”.
Invece di mettere i candidati sotto pressione con domande trabocchetto o quiz sull’ultimo iPhone, il cofondatore del colosso tecnologico da 4.300 miliardi di dollari voleva capire una cosa molto più semplice: gli sarebbe davvero piaciuto andare a bere una birra con quella persona?
Secondo più fonti, Jobs portava persino alcuni candidati a fare una passeggiata informale durante il colloquio per capire se riuscisse ad andare d’accordo con loro anche fuori dall’ufficio. Il “beer test”, in realtà, non riguardava l’alcol. Serviva a capire se il candidato fosse capace di abbandonare per un momento il linguaggio aziendale e sostenere una conversazione autentica, oltre a essere una persona piacevole con cui stare.
Come riportato da As Usa, Jobs faceva domande molto semplici ai candidati, come: “Che cosa hai fatto l’estate scorsa?”. Non esistevano risposte giuste o sbagliate, ma probabilmente non era un buon segno se la conversazione risultava imbarazzante, pesante o inesistente.
Alla fine, Jobs si poneva una domanda molto diretta: “Berrei una birra con questa persona? Ci parlerei volentieri durante una passeggiata?”. Se la risposta fosse stata no, per lui quel dettaglio avrebbe detto più di quanto potesse raccontare un curriculum.
Jobs: “Alla fine conta l’istinto”
Il “beer test” di Jobs può sembrare poco serio rispetto agli assessment psicologici o ai lunghi test attitudinali oggi sempre più diffusi. Ma il fondatore di Apple sosteneva che il suo metodo di selezione era tutt’altro che superficiale.
In un’intervista del 2008 a Fortune, Jobs raccontò di aver sostenuto oltre 5.000 colloqui nella sua carriera e spiegò che trovare le persone giuste era come “cercare aghi in un pagliaio”.
“Prendo questa cosa molto seriamente”, disse.
Per Jobs, però, la competenza tecnica non bastava a colpirlo. E in un colloquio standard di un’ora, spiegava, si può capire solo fino a un certo punto chi si ha davvero davanti.
“Alla fine tutto si basa sull’istinto”, spiegò. “Che sensazione mi trasmette questa persona? Come reagisce quando viene messa sotto pressione?”.
Non conta solo il talento
Jobs non è stato l’unico leader aziendale a mettere in discussione il formato tradizionale dei colloqui.
Gary Shapiro, ex Ceo della Consumer Technology Association, ad esempio, ha raccontato di avere un suo personale test decisivo: chiedere ai candidati quando potrebbero iniziare. Se rispondono “subito”, pur avendo già un lavoro, per lui è un campanello d’allarme, perché significa che sarebbero pronti ad abbandonare il proprio capo senza preavviso.
Altri dirigenti osservano invece come i candidati trattano la receptionist, se lavano la tazza del caffè dopo il colloquio oppure come reagiscono a un ordine sbagliato al ristorante durante una cena di lavoro.
L’obiettivo è sempre lo stesso: capire come una persona si comporta davvero quando cade la formalità del colloquio. Perché il modo in cui una persona tratta un cameriere che sbaglia un ordine tende a rivelare molto di più sul suo carattere rispetto a qualsiasi risposta preparata in anticipo.
Anche Chanel, storica maison del lusso, sostiene di guardare prima di tutto alla personalità. Claire Isnard, ex responsabile delle risorse umane della società, ha dichiarato a Fortune che “la prima cosa che cerchiamo sono le personalità”, ancora prima delle competenze. E chi ha un “grande ego”, semplicemente, non viene assunto.
Alla fine, essere la persona più piacevole nella stanza può aiutare più che essere la più brillante.
Anche il Ceo di Amazon Andy Jassy ha sottolineato quanto l’atteggiamento conti soprattutto all’inizio della carriera: “Una parte grande del successo, soprattutto a vent’anni, dipende dall’atteggiamento”, ha detto, spiegando che le persone positive trovano più facilmente mentori e sostenitori.
In altre parole: essere qualcuno con cui gli altri vogliono davvero stare potrebbe essere ciò che ti farà ottenere il lavoro.
Questo articolo è stato pubblicato su Fortune.com

