Il lavoro come identità e futuro: le sfide che attendono l’Italia

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Il lavoro non è più soltanto produzione, reddito o occupazione. È diventato il punto di incontro tra trasformazioni economiche, innovazione tecnologica, sostenibilità sociale e qualità della vita. In una fase storica segnata dallavanzata dellintelligenza artificiale, dai cambiamenti organizzativi e da nuove fragilità sociali ed economiche, il tema del lavoro torna ad occupare un ruolo centrale nel dibattito pubblico, politico e industriale. Il Segretario Generale dell’Ugl, Francesco Paolo Capone, analizza i grandi cambiamenti che stanno ridefinendo il mondo del lavoro

In una fase di profondi cambiamenti economici, tecnologici e sociali, quale ritiene debba essere oggi il ruolo del sindacato nel costruire un nuovo equilibrio tra competitività delle imprese e tutela del lavoro?

Il sindacato oggi deve tornare ad essere un grande corpo intermedio capace di accompagnare il cambiamento senza subirlo. Non esiste contrapposizione ideologica tra impresa e lavoro: esiste invece un interesse nazionale comune che consiste nel rendere il sistema produttivo più forte, più moderno e più competitivo, senza sacrificare la dignità della persona. LUgl ritiene che la crescita economica e la tutela del lavoro debbano procedere insieme. Unimpresa che investe, innova e produce ricchezza è fondamentale, ma lo è altrettanto garantire salari adeguati, sicurezza, stabilità e valorizzazione delle competenze. Il sindacato non può limitarsi alla protesta: deve essere protagonista nella costruzione di una nuova stagione di partecipazione e responsabilità sociale.

Lintelligenza artificiale e lautomazione stanno trasformando rapidamente interi comparti produttivi. Secondo lei il mercato del lavoro italiano è pronto ad affrontare questa transizione oppure rischiamo un aumento delle disuguaglianze occupazionali?

LItalia sconta ancora ritardi strutturali sul piano della formazione e delle competenze digitali, quindi il rischio di nuove disuguaglianze esiste ed è concreto. Tuttavia, lintelligenza artificiale non deve essere vista come una minaccia inevitabile, ma come uno strumento che può migliorare produttività e qualità del lavoro se governato correttamente. La vera sfida è evitare che la tecnologia sostituisca luomo senza creare nuove opportunità. Per questo servono investimenti nella formazione continua, politiche attive serie e un grande piano nazionale sulle competenze. Il lavoro del futuro non può essere lasciato esclusivamente alle logiche del mercato: occorre una visione politica e sociale che metta al centro la persona.

Uno dei temi centrali del dibattito attuale riguarda la difficoltà delle imprese nel trovare competenze adeguate. Come si può colmare il divario tra formazione, scuola e mondo del lavoro?

Per troppo tempo scuola e impresa hanno parlato linguaggi diversi. Bisogna ricostruire un legame stabile tra sistema formativo e tessuto produttivo, valorizzando gli istituti tecnici, la formazione professionale e lapprendistato di qualità. Noi crediamo che il lavoro debba tornare ad avere anche una funzione educativa e sociale. I giovani devono poter acquisire competenze reali, ma anche una cultura del lavoro fondata su responsabilità, merito e partecipazione. È necessario inoltre superare un pregiudizio culturale che per anni ha considerato i percorsi tecnici e manifatturieri come scelte di Serie B, quando invece rappresentano un patrimonio strategico del Made in Italy.

Sempre più giovani guardano al lavoro non solo come fonte di reddito, ma anche come strumento di realizzazione personale e qualità della vita. Quanto sta cambiando il rapporto tra nuove generazioni e occupazione?

Le nuove generazioni chiedono qualcosa di più di uno stipendio: cercano dignità, prospettive e senso. È un cambiamento profondo che non va liquidato superficialmente come mancanza di sacrificio. I giovani di oggi sono cresciuti dentro una lunga stagione di precarietà e instabilità e chiedono di poter costruire il proprio futuro senza vivere nellincertezza permanente. Il lavoro deve tornare ad essere uno strumento di emancipazione personale e sociale. Per questo servono salari adeguati, percorsi di crescita, tutela della maternità e della paternità, ma anche la possibilità di conciliare vita e occupazione. Una Nazione che non investe sui giovani e sul lavoro di qualità è una Nazione che rinuncia al proprio futuro.

Negli ultimi anni si parla molto di welfare aziendale e benessere organizzativo. Ritiene che in Italia queste politiche siano ancora percepite come un costo oppure stanno diventando un vero fattore strategico di crescita?

Credo che molte imprese abbiano compreso che il benessere del lavoratore non è un costo, ma un investimento. Un ambiente di lavoro sano, attento alla persona e capace di valorizzare il capitale umano migliora produttività, clima aziendale e competitività. Naturalmente esiste ancora una parte del sistema produttivo che vede il welfare solo come un obbligo o un elemento accessorio. La sfida culturale è far comprendere che la qualità del lavoro incide direttamente sulla qualità dellimpresa. Dove il lavoratore si sente parte di una comunità produttiva, cresce anche il senso di responsabilità e appartenenza.

Il lavoro agile e i nuovi modelli organizzativi hanno modificato profondamente il rapporto tra lavoratore e impresa. Quali sono, secondo lUgl, le opportunità e i rischi di questa evoluzione?

Il lavoro agile rappresenta una grande opportunità se regolato con equilibrio. Può migliorare la conciliazione tra vita e lavoro, ridurre tempi morti e aumentare lefficienza organizzativa. Tuttavia, esistono anche rischi evidenti: isolamento, perdita di identità collettiva, confusione tra tempo di vita e tempo di lavoro. Per lUgl il principio fondamentale resta quello della centralità della persona. La tecnologia deve essere al servizio delluomo e non viceversa. Occorre quindi garantire il diritto alla disconnessione, tutela della salute psicologica e mantenimento di relazioni umane e professionali che sono essenziali anche per la coesione sociale.

In che modo il lavoro può tornare ad essere uno strumento di coesione sociale e territoriale, soprattutto nelle aree più fragili del Paese e nei territori che soffrono spopolamento e perdita di opportunità?

Il lavoro è il primo presidio di coesione nazionale. Dove manca occupazione, aumentano disuguaglianze, spopolamento e marginalità sociale. Per questo serve una strategia che riporti investimenti, infrastrutture e servizi nelle aree interne e nel Mezzogiorno. Non possiamo accettare unItalia divisa tra territori dinamici e territori destinati allabbandono. Bisogna sostenere industria, artigianato, agricoltura e filiere locali, valorizzando le identità produttive dei territori. La coesione sociale si costruisce creando opportunità concrete, soprattutto per i giovani, affinché non siano costretti a lasciare la propria terra per trovare un futuro.

Oggi molte imprese chiedono maggiore flessibilità, mentre i lavoratori chiedono più sicurezza e stabilità. È possibile trovare un punto di sintesi sostenibile tra queste due esigenze?

Sì, ma bisogna superare la logica dello scontro permanente. La flessibilità non può tradursi in precarietà cronica, così come la tutela del lavoro non può ignorare le esigenze produttive delle imprese. Il punto di equilibrio si trova attraverso contrattazione, partecipazione e corresponsabilità. Un lavoratore più stabile e valorizzato è anche più motivato e produttivo.

Allo stesso tempo, le imprese devono poter affrontare mercati sempre più competitivi e globalizzati. Serve quindi un modello di relazioni industriali moderno, capace di mettere al centro linteresse comune del sistema Paese.

Quale dovrebbe essere, a suo avviso, la priorità assoluta dellagenda politica sul lavoro nei prossimi anni per sostenere crescita, occupazione e produttività?

La priorità assoluta deve essere rilanciare il valore del lavoro come fondamento economico, sociale e persino identitario della Nazione. Questo significa aumentare i salari, sostenere la produttività, ridurre il costo del lavoro e investire massicciamente in formazione e innovazione.

Occorre inoltre una politica industriale chiara, che difenda le filiere strategiche italiane e accompagni la transizione energetica e tecnologica senza penalizzare lavoratori e imprese. Non possiamo affrontare il futuro senza una visione nazionale dello sviluppo.

Guardando al futuro, quale messaggio sente di rivolgere alle imprese, ai lavoratori e soprattutto ai giovani che si affacciano oggi al mercato del lavoro in un contesto così incerto e in continua trasformazione?

Alle imprese dico che senza lavoro di qualità non esiste crescita duratura. Investire sulle persone significa investire sul futuro dellItalia. Ai lavoratori dico di non rinunciare mai alla dignità, alla partecipazione e alla consapevolezza del proprio ruolo sociale. Ai giovani, soprattutto, voglio dire di non perdere fiducia. Viviamo una fase complessa, ma ogni generazione ha il compito di costruire il proprio tempo. Il lavoro non deve essere soltanto sopravvivenza economica: deve tornare ad essere orgoglio, identità, possibilità di costruire una famiglia e contribuire al bene comune. LItalia ha bisogno del talento, del coraggio e dellenergia delle nuove generazioni.

Poste Italiane Dic 25

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