I grandi Ceo della tecnologia fanno marcia indietro sull’AI

Due degli amministratori delegati più influenti del settore tecnologico hanno trascorso l’ultimo anno avvertendo che l’AI avrebbe devastato l’occupazione impiegatizia. Ora, però, stanno ammettendo di essersi sbagliati, unendosi ad altri leader come il Ceo di Goldman Sachs David Solomon nel mettere in dubbio l’idea di una catastrofe occupazionale causata dall’AI.

Il Ceo di OpenAI, Sam Altman, durante un’intervista di martedì con Matt Comyn, amministratore delegato della Commonwealth Bank of Australia, ha dichiarato di essersi “sostanzialmente sbagliato”, ritrattando gli avvertimenti lanciati nel giugno 2025 secondo cui i ruoli entry-level sarebbero stati seriamente a rischio.

Anche il Ceo di Anthropic, Dario Amodei, che in passato aveva sostenuto che l’AI potesse eliminare il 50% dei lavori impiegatizi, oggi afferma che l’automazione potrebbe invece ampliare il lavoro svolto dalle persone. Solomon, dal canto suo, sostiene da tempo – almeno dalla fine del 2025 – che il panico fosse esagerato, e ora richiama un secolo di storia economica americana per dimostrare che aveva ragione.

“Sono felice di essermi sbagliato”, ha detto Altman a Comyn. “Pensavo che entro oggi avremmo visto un impatto molto maggiore sull’eliminazione dei lavori impiegatizi di primo livello rispetto a quanto sia realmente accaduto”.

Altman ha aggiunto di aver ricevuto molte critiche per aver alimentato l’allarmismo, ma di aver preferito eccedere in cautela piuttosto che minimizzare il rischio. “Molti mi dicevano: ‘Avresti potuto evitare di diffondere tutta questa paura e questo pessimismo’. Ma in quel momento pensavo: ‘Vedo un rischio reale, probabilmente dobbiamo parlarne’. E potrebbe ancora verificarsi”. Sia OpenAI sia Anthropic starebbero preparando le rispettive IPO nel corso di quest’anno, con una valutazione stimata per entrambe intorno a 1.000 miliardi di dollari.

Due inversioni di rotta e una rivincita

Per il Ceo di OpenAI, queste dichiarazioni rappresentano una netta revisione delle sue precedenti profezie sull’impatto dell’AI sul lavoro. Un anno fa, Altman aveva dichiarato nel podcast Uncapped, condotto dal fratello Jack: “Molti lavori scompariranno… ma siamo sempre stati molto bravi a trovare nuove cose da fare… non credo che questa capacità finirà mai.”

Ora sostiene che il fenomeno di sostituzione occupazionale che temeva semplicemente non si è concretizzato. A rafforzare questa convinzione è stata anche un’esperienza personale: aveva provato ad affidare all’AI la gestione delle sue risposte su Slack ed e-mail, salvo poi tornare a rispondere personalmente.

“Ci teniamo davvero alle interazioni umane”, ha spiegato. “Questa è una cosa che non riesco a immaginare di delegare completamente a un’IA nel prossimo futuro. Mi ha fatto capire che il quadro occupazionale sarà probabilmente molto diverso da quanto immaginavamo”.

Un moltiplicatore della produttività

Anche l’evoluzione del pensiero di Amodei è stata significativa. Dopo aver sostenuto che l’AI avrebbe potuto cancellare metà dei lavori impiegatizi, all’inizio di questo mese ha reinterpretato l’automazione non come una forza distruttiva, ma come un moltiplicatore della produttività: “Se automatizzi il 90% di un lavoro, allora tutti finiranno per svolgere quel restante 10%”, ha detto, riprendendo una previsione simile a quella formulata dagli economisti Alex Imas e Tyler Cowen. “E quel 10% finirà per espandersi fino a rappresentare il 100% di ciò che le persone fanno, aumentando di dieci volte la loro produttività”.

Solomon, invece, non ha avuto bisogno di cambiare posizione perché non aveva mai condiviso la visione apocalittica. In un recente editoriale sul New York Times, ha riproposto l’argomento che sostiene almeno dalla fine del 2025: la storia americana offre una chiara smentita al panico sull’AI. Solomon traccia una linea diretta tra l’elettrificazione del primo Novecento, la rivoluzione digitale degli anni ’90 e l’epoca attuale: “Gli Stati Uniti hanno una lunga tradizione nella creazione di nuovi posti di lavoro in risposta alle trasformazioni economiche… non vedo alcun motivo per cui questa dinamica dovrebbe interrompersi ora.”

Cosa mostrano (e non mostrano) i dati

I dati, tuttavia, offrono un quadro misto. I licenziamenti nel settore tecnologico fino a maggio 2026 hanno superato quota 115.000, avvicinandosi già ai 124.000 registrati in tutto il 2025, con aziende come Meta, Amazon e Snap che hanno indicato l’AI tra le cause dei tagli. Tuttavia, lo Yale Budget Lab non ha rilevato cambiamenti significativi nella composizione delle professioni né nella durata della disoccupazione per i lavori maggiormente esposti all’IA dall’arrivo di ChatGPT alla fine del 2022.

Da anni i leader tecnologici avanzano previsioni sul futuro del lavoro: si va dall’idea del CEO di Microsoft AI Mustafa Suleyman, secondo cui l’AI potrebbe automatizzare la maggior parte del lavoro impiegatizio entro 18 mesi, fino alla convinzione del CEO di Nvidia Jensen Huang che l’IA non ridurrà il numero di posti di lavoro, ma creerà opportunità di efficienza vantaggiose per chi saprà sfruttare la tecnologia.

Dirigenti d’azienda ed economisti stanno iniziando a convergere su una spiegazione comune del perché l’AI potrebbe rappresentare un vantaggio per il lavoro. In un post su LinkedIn in risposta all’editoriale di Solomon, il CEO di Box Aaron Levie ha affermato di credere che Solomon verrà confermato dai fatti. “Se guardassimo a come si lavorava qualche decennio fa e vedessimo quanto oggi tutto sia più veloce e semplice da produrre – anche prima dell’AI – saremmo stati convinti che i posti di lavoro sarebbero spariti. E invece è accaduto il contrario. Perché?”

Secondo Levie, l’automazione non ridurrà la domanda per determinati ruoli, ma la aumenterà, perché renderà la stessa proposta di valore “più economica”.

Più economico e più utilizzato

È sostanzialmente la teoria del paradosso di Jevons, richiamata anche da Amodei e da economisti come Torsten Slok di Apollo per spiegare il futuro del lavoro. Il paradosso prende il nome dall’economista inglese William Stanley Jevons e descrive quanto accadde dopo l’invenzione della macchina a vapore di Watt: invece di ridurre il consumo di carbone grazie a una maggiore efficienza, il carbone divenne più economico e quindi più utilizzato.

Slok ha osservato che professioni considerate vulnerabili all’automazione, come gli operatori di call center o i radiologi, sono rimaste stabili o addirittura cresciute nonostante la diffusione dell’IA.

“Un costo inferiore per interazione non significa meno interazioni”, ha scritto Slok in un recente post sul blog. “Significa più clienti serviti, più canali aperti e più mercati raggiungibili. La tecnologia che avrebbe dovuto restringere il settore sta invece alimentandone l’espansione.”

L’articolo completo è disponibile su Fortune.com.

Poste Italiane Dic 25

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