Wall Street potrebbe aver finalmente trovato una spiegazione a uno dei grandi misteri che agitano il mercato petrolifero globale: perché gli scenari più catastrofici previsti dagli analisti non si sono ancora materializzati. La risposta potrebbe essere la Cina, che negli ultimi mesi è emersa silenziosamente come una sorta di “consumatore di compensazione” del mercato mondiale del petrolio.
Da tempo gli investitori si chiedono perché il prezzo del greggio non abbia raggiunto livelli estremi, nonostante circa un quinto delle forniture mondiali resti bloccato nel Golfo Persico.
Certo, l’Arabia Saudita ha deviato parte delle esportazioni per aggirare lo Stretto di Hormuz, diversi Paesi asiatici hanno introdotto misure di razionamento e le principali economie consumatrici hanno coordinato il rilascio di petrolio dalle riserve strategiche.
Tuttavia, questi interventi non sono riusciti a compensare completamente la mancanza del greggio mediorientale, con un deficit stimato superiore ai 10 milioni di barili al giorno. A ciò si aggiunge il blocco navale statunitense contro l’Iran, che ha ulteriormente ridotto l’offerta disponibile sul mercato.
Di conseguenza, lo stallo tra Stati Uniti e Iran sul raggiungimento di un accordo duraturo per il cessate il fuoco e la riapertura dello Stretto di Hormuz ha alimentato crescenti preoccupazioni.
“Ci stiamo avvicinando a livelli di scorte mai visti prima”, ha avvertito giovedì Neil Chapman, vicepresidente senior di Exxon, durante una conferenza di settore. “Parliamo di livelli davvero, davvero bassi. Si può discutere se ci arriveremo tra due o tre settimane, ma quando accadrà vedremo i prezzi impennarsi”.
La Cina potrebbe aver rinviato il momento critico
Molti analisti avevano previsto che il momento della verità, cioè il punto in cui le scorte globali avrebbero raggiunto livelli critici, sarebbe arrivato già a giugno. Tuttavia, il mercato dispone di poche informazioni sulle enormi riserve petrolifere cinesi, stimate in circa 1,4 miliardi di barili.
Nel frattempo, le importazioni di greggio della Cina sono crollate del 20% ad aprile, scendendo a 9,4 milioni di barili al giorno, il calo più marcato dalla pandemia. I dati di maggio suggeriscono addirittura una discesa fino a circa 7 milioni di barili al giorno.
A causa dei limiti imposti da Pechino alle esportazioni di carburante, le raffinerie cinesi stanno consumando meno petrolio. Inoltre, la Cina sembra aver rallentato l’accumulo di scorte e aver iniziato a utilizzare parte delle proprie riserve.
“Facendo un passo indietro, la debolezza delle importazioni cinesi di greggio potrebbe rinviare il punto di crisi del mercato petrolifero globale”, ha scritto venerdì Hamad Hussain, economista specializzato in clima e materie prime presso Capital Economics.
In precedenza, Hussain aveva stimato che il Brent avrebbe raggiunto nuovi record entro la fine di giugno, ipotizzando il proseguimento delle attuali condizioni di mercato. Ora però ritiene che le raffinerie cinesi abbiano utilizzato le scorte in modo ancora più aggressivo a maggio rispetto ad aprile, assorbendo una quota maggiore dello shock petrolifero globale.
“Calcoli approssimativi suggeriscono che, se il livello di domanda di greggio registrato in Cina a maggio dovesse ripetersi anche a giugno, il ‘punto di svolta’ del mercato globale potrebbe slittare da giugno a luglio”, ha spiegato.
Le scorte restano comunque sotto pressione
Questo rinvio sarebbe particolarmente importante, perché il tempo a disposizione si sta esaurendo.
JPMorgan ha avvertito che le scorte commerciali di petrolio nei Paesi sviluppati potrebbero avvicinarsi a livelli di stress operativo già all’inizio di giugno.
Anche il Ceo di Chevron, Mike Wirth, ha dichiarato giovedì che i prezzi del petrolio potrebbero presto aumentare, poiché i “cuscinetti di sicurezza” del mercato si stanno esaurendo. “Nelle prossime settimane è probabile che queste pressioni si riflettano più direttamente sui prezzi fisici, e mi aspetto ulteriori rialzi entrando in giugno e soprattutto in luglio”, ha affermato.
Anche gli analisti di UBS hanno segnalato che le scorte petrolifere si stanno avvicinando ai minimi storici e che “i margini di sicurezza sono ormai quasi esauriti”.
Secondo la banca svizzera, un ulteriore calo delle riserve potrebbe aumentare fortemente la volatilità dei prezzi e creare il rischio di acquisti dettati dal panico se le difficoltà di approvvigionamento dovessero aggravarsi e lo Stretto di Hormuz restasse chiuso.
I mercati sono più resilienti del previsto
Non tutti, però, condividono le previsioni più pessimistiche.
Robin Brooks, senior fellow della Brookings Institution, sostiene da tempo che il rischio di un’esplosione incontrollata dei prezzi del petrolio sia stato sopravvalutato. Secondo Brooks, il mercato ha dimostrato una capacità di adattamento maggiore del previsto. Come esempio cita la Corea del Sud, che ha ridotto la dipendenza dal petrolio saudita aumentando gli acquisti da Canada, Malesia e altri Paesi.
Le importazioni complessive di petrolio della Corea del Sud sono comunque diminuite e il Paese ha dovuto sostenere costi più elevati per trovare fornitori alternativi. Tuttavia, l’esperienza dimostra che i mercati energetici sono più resilienti e creativi di quanto spesso si creda.
“In definitiva, questo shock dell’offerta non è stato così traumatico”, ha scritto Brooks in una newsletter pubblicata martedì.
“Ed è anche il motivo per cui i prezzi del petrolio non hanno dovuto raggiungere livelli apocalittici. Semplicemente non c’era abbastanza domanda da dover essere distrutta”.
Questo articolo è stato pubblicato su Fortune.com.

