La Gen Z è sempre più disillusa dal lavoro: ora gli psicologi parlano di “nichilismo finanziario”

Gen Z nichilismo

Prezzi delle case, difficoltà di accesso al mercato del lavoro e sfiducia nelle istituzioni stanno cambiando il rapporto della Generazione Z con carriera e futuro. Per gli esperti il rischio è che la sfiducia diventi un limite permanente.

Per anni è stato definito semplicemente il “Gen Z stare”, quello sguardo impassibile e apparentemente disinteressato attribuito ai più giovani nei contesti lavorativi e sociali. Oggi, però, psicologi ed economisti ritengono che dietro quell’atteggiamento si nasconda qualcosa di molto più profondo: una crescente perdita di fiducia nelle opportunità offerte dal sistema economico.

Secondo diverse ricerche citate da Fortune, la Generazione Z è la prima ad aver raggiunto l’età adulta con la convinzione che lavoro, casa e mobilità sociale siano obiettivi sempre più difficili da raggiungere. Una percezione che, per molti studiosi, rischia di trasformarsi in una profezia che si autoavvera.

Una generazione cresciuta tra crisi e incertezza

Gli appartenenti alla Gen Z più anziani erano bambini durante la crisi finanziaria del 2008 e hanno assistito agli effetti della recessione sulle proprie famiglie: pignoramenti, perdita della casa e instabilità economica hanno segnato una parte della loro infanzia.

Una volta entrati nel mercato del lavoro, il quadro non è apparso molto diverso.

Negli Stati Uniti il prezzo delle abitazioni destinate ai primi acquirenti è aumentato dell’87% rispetto al 2019, mentre l’ingresso nel mondo del lavoro è diventato sempre più complesso. Un’analisi di SignalFire mostra che tra il 2019 e il 2024 le assunzioni per posizioni entry level si sono ridotte di oltre il 50%, nonostante il recupero delle figure più senior.

Non sorprende quindi che, secondo diversi sondaggi, oltre il 70% dei giovani dichiari di vivere in una condizione di “survival spending”, cioè di spendere quasi esclusivamente per far fronte alle necessità quotidiane, mentre il 57% ritiene che la propria generazione sia stata destinata fin dall’inizio al fallimento economico.

Solo un giovane su tre considera ancora raggiungibile il cosiddetto American Dream.

Dalla disillusione al “nichilismo finanziario”

Per gli esperti il problema non riguarda soltanto la situazione economica.

Il World Economic Forum definisce questo fenomeno financial nihilism, una forma di nichilismo finanziario nella quale i giovani smettono di credere che prudenza, risparmio e pianificazione vengano realmente premiati.

Quando il sistema appare incapace di offrire prospettive di crescita, aumenta la propensione verso investimenti altamente speculativi, criptovalute, mercati predittivi e comportamenti finanziari più rischiosi.

Secondo gli economisti David Blanchflower (Dartmouth College) e Alex Bryson (University College London), il peggioramento del benessere psicologico dei giovani rappresenta ormai una tendenza strutturale. Le loro analisi mostrano come la tradizionale “curva della felicità”, che vedeva un calo nella mezza età seguito da una successiva ripresa, stia progressivamente scomparendo. Oggi sono proprio i più giovani a registrare i livelli di benessere più bassi.

Il rischio è rinunciare prima ancora di provarci

Gli psicologi utilizzano il concetto di defensive foreclosure, elaborato da James Marcia a partire dagli studi di Erik Erikson, per descrivere una strategia difensiva nella quale una persona rinuncia a esplorare nuove possibilità per evitare future delusioni.

Applicata al lavoro, questa dinamica può tradursi in un atteggiamento di distacco, sfiducia e scarso coinvolgimento ancora prima dell’ingresso nel mercato occupazionale.

Secondo il pezzo di Fortune, anche alcune recenti tensioni tra aziende e giovani lavoratori possono essere lette attraverso questa lente. Molte imprese lamentano difficoltà nell’inserimento della Gen Z, mentre numerosi giovani rispondono accusando il mercato del lavoro di non offrire reali prospettive di crescita.

Un clima che può influenzare anche le aziende

Le conseguenze non riguardano soltanto i giovani.

Quando un lavoratore entra in azienda già convinto che l’impegno non verrà ricompensato, diventano più difficili il rapporto con i manager, i percorsi di mentoring e lo sviluppo delle competenze.

Secondo gli studiosi, il rischio è quello di creare un circolo vizioso: la sfiducia iniziale limita il coinvolgimento, il minore coinvolgimento riduce le opportunità di crescita e questo rafforza ulteriormente la convinzione che il sistema non funzioni.

Qualche segnale positivo

Nonostante il quadro complesso, alcuni indicatori mostrano una possibile inversione di tendenza.

Negli Stati Uniti il tasso di proprietà immobiliare della Gen Z sta crescendo più rapidamente rispetto a quanto avvenuto per i Millennials alla stessa età, anche grazie alla scelta di acquistare abitazioni più piccole o in aree meno costose.

A questo si aggiunge il cosiddetto Great Wealth Transfer, il passaggio generazionale di patrimoni stimato in circa 84 mila miliardi di dollari nei prossimi decenni.

Secondo gli autori, però, la vera sfida non sarà soltanto economica. Dopo anni trascorsi tra crisi finanziarie, pandemia e inflazione, ricostruire la fiducia potrebbe richiedere molto più tempo rispetto alla ripresa dei principali indicatori macroeconomici.

Poste Italiane Dic 25

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