Tutti la ricordiamo. L’immagine di Bibi Netanyahu sul più alto scranno delle Nazioni Unite ha fatto il giro del mondo. Il presidente israeliano brandisce due mappe del Medio Oriente: una con i Paesi “benedetti”, l’altra con quelli della “maledizione”: Iran, Iraq, Siria e Libano in testa.
In realtà, quelle mappe, in particolare quella della “benedizione”, un significato ce lo hanno eccome. La prima fa riferimento al progetto IMEC, l’India-Middle East-Europe Corridor, un enorme progetto infrastrutturale lanciato a settembre del 2023 a margine del G20 di New Dehli che dovrebbe collegare il subcontinente indiano all’Europa, passando per il Medio Oriente ed Israele. L’impresa avrebbe consacrato la possibile normalizzazione dei rapporti diplomatici tra Paesi del Golfo, Arabia Saudita e Tel Aviv inserendosi nel più ampio contesto degli Accordi di Abramo, una svolta decisiva per stabilizzare la regione medio orientale e suggellare un nuovo capitolo nei rapporti israelo-sauditi. Riyad sembrava infatti ormai avviata ad entrare nel negoziato di Abramo, incoraggiata dal supporto al programma nucleare che gli avrebbero assicurato gli Stati Uniti.
Oggi, tuttavia, tutto questo suona un po’ anacronistico. Lo scoppio della guerra a Gaza ha infatti sospeso la traiettoria di normalizzazione nei rapporti tra Israele e Arabia Saudita, rendendo ad oggi impensabile la costruzione di un corridoio tra Israele e Giordania, territorio, questo, fortemente interessato dal conflitto.
Facendo un passo indietro, l’IMEC Corridor, fortemente voluto dall’amministrazione americana ora uscente (che accadrà con il cambio di inquilino alla Casa Bianca non ci ha dato saperlo) è nato col sogno di contrastare l’espansionismo infrastrutturale cinese nella regione e diventare un sostituto al grande progetto della Belt and Road Initiative. Ricalcando un po’ quella rotta che nella storia percorrevano gli inglesi dalla Siria storica (l’odierno Libano, al tempo parte dell’Impero Ottomano) passando per il Medio Oriente fino all’India, il gioiello di sua maestà britannica, l’Arabia Saudita si era già detta pronta ad investire 20 miliardi di dollari sull’IMEC, suddividendolo in due progetti principali: il corridoio orientale che dovrebbe collegare l’India al Golfo Arabico e quello settentrionale dai porti emiratini all’Europa, passando inevitabilmente per Israele, lo sbocco occidentale sul mediterraneo. Il piano prevede(va), ormai parlare al passato sembra dovuto, una ferrovia che fornirà una rete di transito transfrontaliero nave-rotaia consentendo un traffico continuo e rapido di beni e servizi per e tra India, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita, Giordania, Israele ed Europa.
Certo, il conflitto in corso a Gaza che ha aperto Israele congela l’accordo e i rapporti tra Riyad e Tel Aviv (anche se nell’ombra le due potenze regionali sembrerebbero continuare a dialogare). E la Giordania, un Paese che da decenni vive in prima persona il dramma dei Palestinesi che ha accolto come fossero suoi cittadini, difficilmente si unirà all’impresa, almeno per ora.
Grava poi sulla situazione l’incognita Iran. Geograficamente, l’antica Persia controlla l’accesso allo stretto di Hormuz attraverso cui passa circa il 30% degli scambi mondiali di petrolio e il 20% di quelli di gas naturale liquefatto (da cui il nostro Paese è fortemente dipendente). La chiusura dello stretto da parte di Teheran, un’eventualità non poco remota visti i recenti chiarori di luna, rappresenterebbe il secondo shock energetico mondiale nel giro di due anni e mezzo dopo la riduzione del traffico nello stretto di Bab el-Mandeb azzoppato dai recenti attacchi Houthi.
Non solo. Il tracciato originario del corridoio IMEC sarebbe dovuto passare anche per Hormuz per poi raggiungere i porti emiratini. Dunque, un’eventuale chiusura dello stretto spezzerebbe di netto la connettività tra l’Europa e l’India. Si cercano oggi rotte alternative. Le une che possano includere l’Oman, una soluzione valida per deviare dal passaggio tracciato, le altre l’Egitto. Nonostante il Cairo veda con sospetto il progetto dell’IMEC che potrebbe sostituire in parte la tradizionale rotta attraverso Suez per cui l’Egitto guadagna proventi che pesano per il 2% del suo Pil, questo potrebbe rappresentare un percorso alternativo a quello via Giordania e Israele. In questo modo, però, si cancellerebbe la vera ragione politico-strategica di lungo periodo dell’IMEC: un avvicinamento politico, in chiave anti-iraniana, tra i Paesi arabi sunniti (Arabia Saudita in testa) e lo Stato ebraico.
Israele considera infatti il corridoio IMEC fondamentale nella sua strategia di connettività per la regione, capace di plasmare e ridefinire le alleanze politico-diplomatiche in Medioriente con una forte connotazione economica. Ora, però, il rischio è che la polveriera possa esplodere da un momento all’altro. Tocca alla diplomazia e al fragile equilibrio della deterrenza frenare il disastro.

