Olio di Roma, come nasce l’extravergine Igp

olio

David Granieri, produttore e presidente di Coldiretti Lazio, racconta la genesi di un’eccellenza regionale, l’extravergine Igp. E guarda alle sfide del settore, dal cambiamento climatico ai dazi.  

“La nascita dell’Igp ‘Olio di Roma‘ è stata una pietra miliare per il nostro territorio e una grande opportunità per tutti i produttori della regione”. David Granieri, presidente regionale di Coldiretti Lazio, inizia così a ripercorrere le tappe del cammino che ha portato l’olio extravergine d’oliva delle province di Viterbo, Roma, Rieti, Frosinone e Latina – “praticamente dell’intera area olivicola della regione” – a ottenere nel 2021 l’Indicazione geografica protetta.

“Si è scelto il nome ‘Olio di Roma‘ per il suo grande appeal sui mercati internazionali”, spiega Granieri, ricordando il successo immediato sia in Italia che all’estero.

La denominazione d’origine di questa tipologia di olio – che al momento della certificazione deve avere un colore tra il verde e il giallo oro, con variazione cromatica nel tempo – è poi “rafforzata grazie a una soluzione innovativa realizzata con l’Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato: uno specifico contrassegno che contiene un codice alfanumerico univoco per ogni singola bottiglia”. In altre parole un ‘passaporto digitale‘ che, tramite un Qr code, garantisce autenticità e tracciabilità del prodotto Made in Italy e che “grazie al Consorzio Igp Olio di Roma è stato adottato per la prima volta dalla filiera olearia”.

La capacità di innovarsi per Granieri è anche alla base delle buona gestione di una moderna azienda agricola, che sia cioè in grado di “valorizzare il legame con il territorio, offrire prodotti di qualità e soddisfare le esigenze di un consumatore sempre più attento e consapevole”.

Il presidente di Coldiretti Lazio è prima di tutto un produttore di olio e ormai da diversi anni è alla guida de ‘Il Bagolaro‘, l’azienda di famiglia nata da una lunga tradizione nei primi anni ’50 e che prende il nome dall’imponente albero secolare all’interno della tenuta di Nerola, nel cuore della Sabina. “Ci troviamo in un’area a forte vocazione olivicola – spiega Granieri – rientrando sia nella zona di produzione dell’Olio Sabina Dop che in quella dell’Igp Olio di Roma: basti pensare che l’antico popolo dei Sabini iniziò la coltivazione dell’ulivo prima ancora dei Romani”.

E proprio alla valorizzazione di prodotti tipicamente sabini mira l’attività – oggi non solo agricola, ma anche agrituristica e di vendita diretta – di quel Bagolaro “che affonda le radici nel cuore della campagna romana“. Attività che Granieri ha contribuito a modernizzare, anche grazie alla “scelta strategica di dotarsi di un frantoio aziendale che consente di lavorare la materia prima nelle migliori condizioni possibili, entro poche ore dalla raccolta, con estrazione a freddo”. E che si fonda su un regime di agricoltura biologica e dunque sull’applicazione dei “principi della sostenibilità ambientale attraverso tecniche culturali che ottimizzano il consumo energetico e l’impiego della risorsa idrica”, oltre che sulla valorizzazione degli scarti di produzione.

Ma per la filiera olivicolo-olearia tricolore – “un’eccellenza della produzione agroalimentare italiana, con il nostro olio Evo pilastro della dieta mediterranea” – le sfide non mancano. Granieri, che è anche vice presidente nazionale Coldiretti e presidente di Unaprol, sottolinea innanzitutto la necessità di assicurare la competitività al comparto rispetto ai nuovi Paesi produttori che si affacciano sul mercato. E poi bisogna rispondere alle notevoli difficoltà create dal cambiamento climatico. Ma in che modo?

“Le strategie future devono necessariamente puntare all’incremento delle superfici olivetate, alla modernizzazione degli impianti olivicoli, all’innovazione tecnologica nei frantoi, il tutto orientato alla sostenibilità”.

Per far fronte alla crisi climatica, secondo il presidente bisognerebbe anche realizzare un grande piano invasi sull’intero territorio nazionale e investire sulla ricerca scientifica. Non solo per studiare varietà più resilienti ma anche per il contrasto ai patogeni che colpiscono l’olivicoltura, “basti pensare al dramma della Xylella in Puglia“.

Secondo Granieri, tutte queste azioni dovrebbero essere accompagnate da quella che lui considera una misura irrinunciabile, a tutela dei consumatori e delle produzioni di qualità: “L’adozione di un sistema di tracciabilità unico a livello europeo, sulla falsariga dell’esperienza italiana”.

E poi c’è la sfida delle sfide: i dazi di Trump. “Gli Stati Uniti sono un mercato fondamentale per il nostro olio extravergine e un aumento delle tariffe potrebbe ridurre la competitività dei nostri prodotti”, avverte Granieri.

Più nel dettaglio, gli Usa sono il primo Paese d’esportazione dell’Evo italiano, con scambi che nel 2024 si aggirano intorno a un miliardo di euro. Tuttavia, il presidente di Coldiretti Lazio si è detto fiducioso di poter trovare “soluzioni attraverso il dialogo“.

A suo avviso infatti si dovrebbe “evidenziare quanto sia importante anche per il consumatore statunitense avere a disposizione un prodotto così legato alla cultura gastronomica della dieta mediterranea”. Per farlo, bisognerà “continuare a promuovere la qualità e la distintività dell’olio italiano, che rimane altamente apprezzato dai consumatori americani. Al contempo, come sempre, i nostri produttori sapranno reagire a congiunture avverse e ricercheranno nuove opportunità su mercati appetibili e in crescita, come quelli asiatici. In questo contesto ci auguriamo che la politica faccia la sua parte, creando le migliori condizioni per sostenere l’export del nostro olio Evo”.

L’articolo originale è stato pubblicato sul numero di Fortune Italia del maggio 2025 (numero 4, anno 8)

Philip Morris 07/2026
Poste Italiane Dic 25

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