Per l’Europa il mese di giugno sarà decisivo. Donald Trump ha firmato l’ordine esecutivo che porta al 50 percento i dazi su acciaio e alluminio a partire da oggi, nessuno sa come andrà a finire ma di certo il presidente Usa intende negoziare a muso duro.
Sempre oggi si sono incontrati a Parigi, a margine della riunione dei ministri del Commercio Ocse, il Commissario europeo al Commercio Sefcovic e il rappresentante per il Commercio Usa Greer. Al termine del bilaterale, Sefcovic ha affermato di aver avuto una “discussione produttiva” e su X ha twittato: “Stiamo procedendo nella giusta direzione, a ritmo sostenuto, e restiamo in stretto contatto per mantenere lo slancio”.
Al di là dei detti e non detti, rimane la richiesta americana, trasmessa in una lettera rivolta a tutti i partner, di presentare l’ultima offerta negoziale ricordando che l’8 luglio scadrà la pausa dei 90 giorni sui dazi reciproci.
In assenza di un “deal“, di un accordo, dal 9 luglio torneranno in vigore i “dazi reciproci” trionfalmente annunciati dal presidente Trump nel “Liberation day” e temporaneamente sospesi. L’effetto, secondo le stime di Ocse e Fmi, sarebbe un segno meno per il Pil mondiale: una crescita quasi dimezzata per gli Usa (che dal 2,8 percento del 2024 passerebbero all’1,6 per quest’anno), calo per Francia e Germania con una crescita dell’eurozona ferma allo 0,2 percento (trainata soprattutto dalla performance della Spagna al 2,4 percento). Si comprende allora la necessità di una svolta sul tavolo dei negoziati che eviti il worst scenario.
La trattativa sui dazi si intreccia con altre due questioni che sono di primaria importanza per Trump e per il futuro dell’Europa: la Nato e la guerra in Ucraina.
Si fa un gran parlare di “autonomia strategica europea“, ormai cavallo di battaglia nelle parole della presidente della Commissione Ursula von der Leyen, eppure nulla ha orientato gli europei verso l’ambizioso progetto “autonomista” quanto il trumpismo di ritorno alla Casa bianca.
Sin dal primo giorno, Trump ha detto urbi et orbi che non intende più finanziare la difesa europea a suon di dollari né impegnare le truppe e le risorse americane in conflitti lontani ed esotici, estranei agli interessi dei cittadini americani. Questo vale anche per l’Ucraina dove il fallimento dei tentativi di negoziato ha già frustrato abbastanza le attese del presidente Usa che ormai non cela il fastidio per l’inconcludenza dei negoziati.
Si può ipotizzare che, nel Trump-pensiero, il confronto con gli europei verta su tutte queste istanze inevitabilmente legate tra loro: cari europei, volete un alleggerimento dei dazi? Allora dovete finanziare di più la Nato, provvedere autonomamente alla vostra sicurezza e implementare il vostro impegno a Kiev perché noi ce ne andiamo, “we’re fed up!”.
Il mese di giugno si preannuncia decisivo non soltanto per il trade deal ma anche per alcuni appuntamenti già fissati: il G7 in Canada il 16 e 17 giugno, il summit Nato a l’Aia il 25 e 26 del mese.
È chiaro che difesa, commercio e sicurezza sono tre questioni esistenziali per un’Europa sovrana e forte, la stessa auspicata nel vertice di ieri a Roma tra il presidente del Consiglio Giorgia Meloni e il presidente Emmanuel Macron.
“Sovranità” significa, anche, autonomia strategica, capacità di difesa autonoma, rafforzamento del pilastro occidentale della Nato, competitività economica, approvvigionamento energetico e di materie prime critiche, protezione delle infrastrutture sensibili. Ma un’Europa forte e sovrana può davvero fare a meno dell’alleato Usa?
Sul punto sembrano convivere posizioni diverse tra i 27 dell’Ue, sicuramente in questa fase l’Italia, con Giorgia Meloni, punta a rafforzare l’alleanza atlantica nel quadro di un’Europa forte che non rinunci alla partnership americana, intesa non solo come cooperazione economica e militare ma anche come condivisione di valori comuni, a partire dall’amore per la libertà e per la democrazia.
Vedremo quale approccio prevarrà, se un’autonomia europea “disruptive” rispetto al quadro di alleanze tradizionali uscito dal secondo dopoguerra, o se invece prevarrà il buon senso della continuità. In ogni caso saranno giorni e ore decisive, in un giugno più caldo del previsto.
