La faida Trump-Musk e la salute della democrazia Usa

Elon Musk e Donald Trump.

Kanye West ha rivolto un appello su X: “Fratelli, vi prego, nooo. Vi amiamo troppo”. Steve Bannon, ideologo del trumpismo della prima ora, ha proposto invece l’espulsione del “sudafricano” Musk, secondo lui immigrato illegale, e la confisca delle sue aziende.

Nella faida tra il presidente Usa Donald Trump e l’uomo più ricco del mondo il mondo si schiera, di qua o di là dello steccato, mentre ieri, in una surreale conferenza stampa nello Studio ovale, il cancelliere tedesco Merz, inevitabilmente passato in second’ordine davanti ai giornalisti americani poco interessati all’Europa ma inebriati dagli insulti tra i due ex amici, osservava con sguardo attonito, della serie: sta succedendo veramente? A Merz, alla fine, è andata benissimo, pensate al trattamento riservato a Zelensky o al presidente sudafricano Ramaphosa: poteva andargli peggio. Poche le domande per il cancelliere arrivato da Berlino, molta curiosità invece sulla rottura di un rapporto tra due ego smisurati che, almeno per alcuni mesi, hanno finto di amarsi almeno un po’.

Il collante tra i due, in realtà, era il reciproco vantaggio: tanti soldi per la campagna elettorale di Trump (290 milioni di dollari), l’assicurazione di poter contare nell’amministrazione Usa a suon di incarichi e contratti. Poi, all’improvviso, l’incantesimo si è rotto e sono volati gli insulti: Trump è un “ingrato”, è presidente grazie a me; in Pennsylvania avrei vinto lo stesso, Musk ormai era esaurito, ho dovuto mandarlo via.

Nessuna uscita spontanea, dunque, a sentire la versione dell’inquilino della Casa bianca: con Musk si è consumata una rottura personale e politica.

Il motivo del contendere, o meglio la goccia che ha fatto traboccare il vaso, è stato il giudizio tranchant del tycoon, proprietario di X, sulla proposta di legge dei repubblicani già passata alla Camera e ora in discussione al Senato, che oltre ad estendere i tagli fiscali già introdotti nel 2017 aumenterebbe la spesa per la sicurezza delle frontiere, imporrebbe requisiti lavorativi per chi vuole usufruire della sanità pubblica con Medicaid e ridurrebbe i crediti d’imposta per l’energia pulita, aumentando il deficit di 3,8 trilioni di dollari entro il 2034.

Per Musk un “abominio disgustoso“, per Trump “a big beautiful bill.” Il presidente Usa ha messo il dito nella piaga accusando velatamente il suo ex collaboratore di conflitto di interessi: noi vogliamo ridurre gli incentivi per le auto elettriche perché vogliamo supportare ogni tipo di veicolo, anche quelli a benzina e a combustione.

Trump ha detto pure che Musk conosceva i dettagli della legge, lui invece ha dichiarato di esserne stato tenuto all’oscuro. Di sicuro, le tensioni tra i due si erano già manifestate su diversi dossier: la richiesta, negata da Trump, di ottenere dal Pentagono un rapporto riservato sulla Cina; il coinvolgimento di Sam Altman, acerrimo avversario di Musk, nella partnership con Abu Dhabi per la realizzazione di uno dei più grandi data center di intelligenza artificiale (preferendo OpenAi alla start-up di Musk, xAI); la bocciatura della candidatura di Jared Isaacman, amico e alleato di Musk, al ruolo di amministratore della Nasa nonché il desiderio frustrato di Musk di fornire alla Federal Aviation Administration il suo sistema satellitare Starlink per il controllo del traffico aereo nazionale.

Ora, al di là degli insulti e delle minacce (Musk evoca i “files di Epstein” e l’impeachment per Trump che replica sventolando l’ipotesi dello stop a contratti e sussidi pubblici lautamente incassati dalle società del tycoon), esiste un dato incontrovertibile: la democrazia americana è sana, sanissima.

Contrariamente alla vulgata diffusa dai detrattori di Trump, la vittoria del leader repubblicano non ha portato all’instaurazione di una “dittatura plutocratica“, nessuna oligarchia trainata dai giganti del web come qualcuno paventava, nessuna deriva dispotica minaccia il funzionamento della più grande democrazia del mondo.

Musk, con il suo impegno politico via Doge, ha perso reputazione e soldi, tanti soldi. Soltanto nelle ultime ore le azioni di Tesla sono calate di quasi quindici punti percentuali, per non parlare del calo del fatturato e delle tensioni crescenti nel cda della casa automobilistica. Non basta possedere un social network – né un’emittente televisiva – per influenzare l’opinione pubblica mondiale. Trump ha beneficiato degli asset del suo ex amico finché ha potuto, poi quando la situazione gli è parsa non più sostenibile lo ha licenziato.

Il teorema della tecnocrazia che, in seguito alla vittoria elettorale di Trump, avrebbe svuotato dall’interno le istituzioni democratiche è stato smentito: l’idillio tra i due è durato meno delle attese, e soprattutto il presidente Usa ha mostrato di saper sfruttare una situazione per lui vincente ma senza prendere ordini da chicchessia.

In fondo, Trump è un politico, deve badare al consenso e al proprio elettorato, sensibile agli slogan Maga ma meno incline ai tagli radicali al welfare. Musk resta un sognatore, un visionario che vorrebbe trasferire la civiltà umana su Marte, installare microchip nei nostri cervelli e venderci milioni di robot umanoidi. Troppo, perfino per la Casa bianca.

Philip Morris 07/2026
Poste Italiane Dic 25

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