La maggior parte degli italiani, se interrogata sulla data di nascita dello Stato italiano, indicherebbe il 17 marzo 1861, data della proclamazione del Regno d’Italia. Ma questa convinzione, radicata nell’immaginario collettivo e nei libri di storia, potrebbe essere completamente errata secondo una rivoluzionaria interpretazione storica che sta generando dibattito tra gli studiosi.
Secondo Francesco Cesare Casùla, storico di fama internazionale che per trent’anni ha diretto l’Istituto di Storia dell’Europa Mediterranea del CNR, lo Stato italiano sarebbe nato quasi cinque secoli e mezzo prima, precisamente il 14 giugno 1324 a Cagliari, nel colle di Bonaria. Una tesi che, se confermata, richiederebbe una completa riscrittura dei libri di storia nazionale.
“Non è che l’ho inventato io, c’è il documento. Se uno vuole vedere il documento, va all’archivio della Corona d’Aragona a Barcellona e lo vede”, afferma con sicurezza Casula, sottolineando come la sua non sia una semplice teoria ma una vera e propria dottrina basata su evidenze documentali concrete.
La ‘dottrina della statualità’, come la definisce lo stesso Casùla, rappresenta un approccio metodologico che analizza gli elementi costitutivi di uno Stato secondo parametri scientifici. “Una dottrina, non una teoria. La teoria deve essere dimostrata. La dottrina è già lì. Si tratta di vedere gli elementi, metterli insieme e si è risultato. Due più due fa quattro”, spiega lo storico con la sicurezza di chi ha dedicato decenni di ricerca all’argomento.
Questa interpretazione mette in discussione non solo la data di nascita dello Stato italiano, ma anche il concetto stesso di identità nazionale come lo conosciamo oggi. Casùla critica quella che definisce ‘storiografia di convenienza’, ovvero la tendenza a interpretare il passato secondo le necessità del presente, citando come esempio emblematico il caso di Cristoforo Colombo.
“Quando si va negli Stati Uniti, ci conviene dire che Colombo è italiano e ha scoperto l’America e noi italiani siamo orgogliosi. Attenzione, è italiano di territorio. Colombo era di uno Stato chiamato Repubblica di Genova che era addirittura in contrasto con la vicina Repubblica di Pisa e si ammazzavano. Quindi dire che Colombo è italiano è un po’ di convenienza”, argomenta lo storico, evidenziando come spesso la storia venga piegata a esigenze identitarie contemporanee.
La tesi di Casùla si inserisce in un più ampio dibattito sulla formazione degli Stati nazionali europei e sulla legittimità di proiettare nel passato concetti politici moderni. La storiografia tradizionale ha sempre considerato il Risorgimento come il momento fondativo dell’unità nazionale, ma questa interpretazione potrebbe essere frutto di una visione teleologica della storia che ignora precedenti esperienze di statualità nella penisola.
“Io capisco che ho, dicendo questo, 60 milioni di italiani contro. Non sono stupido da non capirlo”, ammette Casùla, consapevole della portata rivoluzionaria della sua tesi. “Io sono un professore universitario di ruolo dal 1960. Quindi sono uno scienziato della storia. Io lo dico, poi chi lo vuole sentire, applicare, capire, mi chiederà”.
La provocazione intellettuale di Casùla invita a riconsiderare non solo la cronologia della storia italiana, ma anche i fondamenti metodologici della storiografia nazionale. Se accettata, questa interpretazione potrebbe avere profonde implicazioni per la comprensione dell’identità italiana e del suo sviluppo storico, ridimensionando il ruolo del Risorgimento e valorizzando invece processi di più lunga durata.
“Ho scritto tanti libri. Sono arrivato quasi a 50 libri. Tra l’altro uno che è intitolato La terza via della storia, che è un volume grosso. Questo è l’inizio della mia dottrina della statualità”, conclude lo storico, invitando gli studiosi e il pubblico a confrontarsi con le sue ricerche.
Il dibattito rimane aperto, ma la tesi di Casùla rappresenta un importante contributo alla riflessione sulla formazione dello Stato italiano e sui processi di costruzione delle identità nazionali, dimostrando come la storia non sia mai definitivamente scritta ma sempre soggetta a nuove interpretazioni basate su documenti e metodologie innovative.

