La Sartoria Massoli da oltre settant’anni crea abiti d’eccellenza per le migliori griffe e le passerelle più importanti. Ce ne parla la titolare Maria Grazia Cimini, che nel 2013 ha anche fondato un’Accademia per formare una nuova generazione di sarti e sarte.
Questa storia comincia con una ragazzina che nel 1953 parte per Roma, lasciando la sua casa nella piccola Casperia, 1.200 abitanti in provincia di Rieti, per inseguire i suoi sogni.
Si chiama Maria Antonietta Massoli, è nata in una famiglia di sarti e già da piccolissima aveva capito che l’ago e il filo sarebbero stati il suo futuro. E così, un bel giorno di quell’anno lì, la mamma l’accompagna alla fermata dell’autobus guidato da uno zio che la porta nella capitale dove l’attende un altro zio.
Nella capitale Maria Antonietta dimostra di essere molto brava nel suo lavoro e ben presto si fa notare dalle griffe più importanti: Fendi, le sorelle Fontana, Lancetti. È ben presto richiestissima. Tanto che, tornando a casa, decide di fondare una sartoria tutta sua.
Inizia così la storia della Sartoria Massoli, eccellenza italiana che a Casperia, nel Lazio, crea abiti d’alta moda per le passerelle di tutto il mondo, i red carpet, gli incontri diplomatici più importanti.
“A Roma mia madre ha avuto vari contatti poi però c’è stato una sorta d’innamoramento lavorativo per Karl Lagerfeld (storico direttore creativo di Fendi, ndr)”, ci spiega Maria Grazia Cimini, figlia di Maria Antonietta e dal 2009 titolare della Sartoria.
“Il mondo della moda all’epoca era davvero straordinario, c’era una grande eleganza e un estremo rispetto per i lavoratori. Valori che mia madre ha portato nella sua azienda, che ha sempre gestito come una grande famiglia”.
Artigiane
“La parola che maggiormente contraddistingue il nostro lavoro è artigianato”, continua la Cimini, “perché nonostante lavoriamo per grandi firme con commesse anche corpose, curiamo ogni abito come se fosse unico. Nel mondo della moda di oggi, completamente preso dalla corsa a chi prima espone e dalle pianificazioni degli ingegneri gestionali, questa ricerca dell’assoluta qualità un po’ci penalizza, ma noi non ci pieghiamo, continuiamo orgogliosi a mantenere la nostra artigianalità. Anche perché gli stessi clienti che ci mettono fretta e storcono il naso se i tempi si allungano, alla fine sono contenti di quello che facciamo”.
Come altri settori dell’artigianato, però, anche le sartorie devono fare i conti con quella mancanza di ricambio generazionale che minaccia tanti antichi mestieri. “Purtroppo i giovani”, riprende l’imprenditrice, “hanno ancora l’immagine del sarto come di un vecchietto chino sul lavoro con gli occhialini poggiati sul naso. Oppure, al contrario, pensano che sia una catena di montaggio che ti condanna a montare zip per tutta la vita. Invece da noi non è così perché ogni dipendente è formato per fare un capo d’abbigliamento dall’inizio alla fine, in una bella sede e con grandi soddisfazioni”.
A scuola di sartoria
Per contrastare la crisi di mano d’opera specializzata, la Sartoria Massoli nel 2013 ha fondato l’Accademia di Sartoria Maria Antonietta Massoli, in collaborazione con Fendi, il Comune di Casperia e i Mestieri d’Eccellenza LVMH (del colosso del lusso Louis Vuitton Moët Hennessy).
“Arrivano curricula da tutta Italia, uomini e donne che vanno dai 19 ai 32 anni, solitamente del ceto medio-basso e che hanno le idee molto chiare su quello che vogliono fare”, ci spiega Maria Grazia Cimini, che è pure direttrice della scuola. “Noi formiamo esclusivamente sarti e sarte. Non diamo, come fanno altre scuole, un’infarinatura un po’su tutto e poi, secondo me, essenzialmente su nulla. Tra le duecento domande di ammissione che arrivano annualmente, l’ufficio recruiting ne sceglie una trentina e infine noi selezioniamo gli otto che parteciperanno al corso, interamente sponsorizzato dal gruppo LVMH”.
Il corso dura un anno e nelle 1.600 ore previste si tengono lezioni teoriche e pratiche di lettura del modello, storia della moda e del costume, merceologia, fasi di lavorazione e confezionamento degli abiti, studio dei tessuti, taglio, cucito e controllo della qualità.
“Viene creato un piccolo laboratorio”, continua la titolare della Massoli, “e ogni allievo ha la sua postazione, i suoi orari e le pause come se fosse al lavoro. I primi sei mesi sono di lezione e gli altri sei di stage pratico, presso aziende come la mia e altre. Infine, i più meritevoli vengono assorbiti. È un modo carino e anche conveniente per fare formazione, perché oggi farlo direttamente nelle aziende è impensabile, costosissimo per le risorse umane che sottrae al lavoro effettivo”.
Futuro
Per Maria Grazia Cimini il mestiere del sarto ha ancora un futuro ma, come tanti altri lavori, va aiutato dallo Stato e dalle leggi. L’ha fatto presente al ministro Adolfo Urso lo scorso aprile quando, insieme a un altro centinaio d’imprenditrici italiane di successo, è stata invitata alla presentazione della mostra “Made in Italy. Impresa al femminile“, organizzata dal ministero delle Imprese e del Made in Italy per premiare e valorizzare le eccellenze (rosa) nostrane.
“Tasse e costo del lavoro spesso ci martoriano e oltre all’attenzione, per fortuna sempre più alta ultimamente, al saper fare e alle produzioni proprie del nostro Paese, occorrerebbe dare concretamente fiducia alle nostre aziende, penso ad esempio all’accesso al credito. Io stessa vorrei fare di più, espandermi, ma non si può perché è un momento difficile. L’Italia ad esempio è stato uno di quei Paesi che hanno soltanto sospeso, non annullato come altri in Europa, il pagamento degli oneri relativi al periodo Covid e adesso bisogna pagarli insieme a quelli correnti. E non è affatto semplice perché bisognerebbe guadagnare il doppio. Il Made in Italy si salvaguarda anche così e noi siamo Made in Italy al cento per cento”.
L’articolo originale è stato pubblicato sul numero di Fortune Italia del giugno 2025 (numero 5, anno 8)
