Alla scoperta del Carciofo Bianco di Pertosa

carciofo bianco di pertosa

Simbolo di un’agricoltura legata alla tradizione, il Carciofo bianco rappresenta resistenza e autenticità in un mondo standardizzato.

Nel cuore del Parco Nazionale del Cilento, tra le fertili terre del Vallo di Diano, cresce una delle varietà più pregiate e meno note del panorama agricolo nazionale: il Carciofo bianco di Pertosa. Custodito da secoli tra i campi dell’entroterra campano, oggi questo ortaggio è il simbolo di un’agricoltura legata alla tradizione, alla biodiversità e a un territorio che ha saputo preservare le proprie radici.

Il Carciofo bianco di Pertosa si distingue per la sua colorazione chiara, tendente al verde-argentato, che gli conferisce un aspetto delicato e unico rispetto alle varietà più comuni. “È un prodotto molto saporito e ha un retrogusto dolce. È privo di spine e di peluria interna, ma bisogna saperlo manipolare”, ci spiega Giovanni Pucciarelli, storico produttore del carciofo cilentano e uno dei primi a spendersi per ottenere il riconoscimento di presidio Slow Food.

La certificazione Slow Food, conseguita nel 2003, ha contribuito in maniera decisiva alla riscoperta di un prodotto che fino a trent’anni fa rischiava l’estinzione.

“Sono stato uno dei promotori dell’iniziativa all’inizio degli anni Duemila – ricorda Pucciarelli – Il nostro è un carciofo storico, con caratteristiche peculiari che gli consentivano di aspirare all’etichetta di presidio Slow Food. Per noi è stato un passo importante, perché prima non lo conosceva nessuno. Negli ultimi vent’anni, il valore del prodotto è aumentato sensibilmente”.

Ma il marchio di presidio Slow Food ha anche alimentato rivalità e gelosie tra i diversi paesi dell’area. “I produttori di Auletta si sono riuniti in una cooperativa e lo hanno ribattezzato Carciofo del basso Tanagro, che è il nome del fiume che attraversa questa zona. Il prodotto però è sempre lo stesso”, evidenzia Pucciarelli, che ha promosso anche la nascita di un consorzio dei produttori.

Il Carciofo bianco di Pertosa può essere consumato anche crudo, condito semplicemente con un filo d’olio extravergine, in un connubio gastronomico che unisce le due grandi vocazioni agricole dell’area.

Coltivata in modo naturale e senza l’uso di trattamenti chimici intensivi, questa varietà cresce esclusivamente tra i 300 e i 700 metri di altitudine in un’area molto circoscritta del Cilento, caratterizzata da un microclima che ne favorisce la coltivazione.

Non è un caso, quindi, che il Carciofo bianco abbia trovato il suo habitat ideale solo in alcuni comuni dell’entroterra salernitano, in particolare a Pertosa, Auletta, Caggiano e Salvitelle.

La sua consistenza tenera lo rende perfetto per moltissime preparazioni, dalle conserve sott’olio alle ricette della cucina contadina, come le tradizionali torte rustiche o i carciofi ripieni.

Il suo legame con il territorio non è soltanto agricolo ma anche culturale. Il carciofo è parte integrante dell’identità locale: viene seminato a mano, curato secondo saperi tramandati di generazione in generazione e raccolto da aprile a maggio.

La coltivazione avviene su un numero esiguo di ettari, in piccoli appezzamenti distribuiti ai bordi dei campi. La raccolta si fa ancora in gran parte manualmente, un lavoro lento ma rispettoso della pianta e del prodotto.

Ogni primavera, nel mese di maggio, Pertosa celebra questo tesoro con la sagra del Carciofo bianco, una festa che attira visitatori e buongustai, e che contribuisce a far conoscere questa rarità orticola ben oltre i confini locali.

Grazie all’impegno di produttori, associazioni locali e amministrazioni, il Carciofo bianco di Pertosa rappresenta oggi un modello di sviluppo agricolo sostenibile legato alla biodiversità e alla filiera corta.

La produzione limitata ne fa un prodotto di nicchia: difficilmente lo si trova nei grandi supermercati. In un mondo agricolo sempre più standardizzato, il Carciofo bianco di Pertosa rappresenta un esempio virtuoso di resistenza e autenticità.

Un ortaggio che continua a crescere con la stessa dignità con cui lo coltivano da generazioni i contadini cilentani.

L’articolo originale è stato pubblicato sul numero di Fortune Italia del giugno 2025 (numero 5, anno 8)

Poste Italiane Dic 25

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