Con l’Iran Trump svela il volto di “patriota del mondo”

Donald Trump ha agito da “patriota del mondo”. Ha messo da parte l’esigenza primaria di qualunque politico, la ricerca del consenso, ed è entrato nella Situation room sapendo che nulla sarebbe stato come prima. L’attacco degli Usa ai siti nucleari iraniani significa che non è tempo di de-escalation (la parola con cui gli europei sono più a loro agio) e che gli Usa non intendono lasciare Israele da solo mentre “fa il lavoro sporco per noi”, come ha detto il cancelliere tedesco Merz.

Trump, patriota del mondo, sa di scontentare una parte del suo elettorato, il Maga, che nell’America first rispolvera, con accenti contemporanei, la dottrina dell’isolazionismo fondata su non interventismo militare e nazionalismo economico. Le critiche rivolte pubblicamente dall’ideologo del Maga Steve Bannon e dal giornalista trumpiano Tucker Carlson hanno dato voce al dissenso interno ma Trump ha ritenuto di dover superare l’ostilità dei suoi follower in nome della ragione di stato.

Come provato dalla Aiea, gli ayatollah erano arrivati ad arricchire l’uranio al 60 percento, unico Paese al mondo a farlo. Se arricchisci l’uranio al 60 percento, c’è soltanto un motivo: vuoi la bomba nucleare. Una consapevolezza diffusa, certificata da agenzie indipendenti e dall’intelligence non solo israeliana, che ha portato gli Usa a intervenire con gli strike in successione dei bombardieri B-2 che, dopo diciotto ore di volo, hanno completato il raid in meno di trenta minuti.

Come ha ricordato il presidente Usa, il regime degli ayatollah è “sponsor del terrorismo”, finanzia e manovra diversi gruppi terroristici, da Hamas a Gaza agli Houthi in Yemen, passando per Hezbollah in Libano.

Ali Khamenei, più volte, ha dichiarato pubblicamente di perseguire un obiettivo: la distruzione dell’“entità sionista”, vale a dire di Israele, che gli ayatollah non riconoscono neppure come stato. Il regime degli ayatollah dotato dell’arma nucleare rappresenterebbe un vero e proprio incubo non solo per la sopravvivenza di Israele (che sarebbe rapidamente raso al suolo) ma anche per l’Occidente e per il resto del mondo.

Va da sé che la guerra, ormai deflagrata con l’espansione delle operazioni militari (oggi i raid israeliani sul quartiere generale dei pasdaran, sulla tv di stato e sul carcere di Evin), porta incertezza e instabilità.

L’eventuale chiusura dello stretto di Hormuz farebbe schizzare il prezzo del petrolio, con danni enormi per la Cina (primo cliente del greggio iraniano) e per l’Europa. Dallo stretto di Hormuz passa il 20 percento del petrolio e il 20 percento del gas mondiale. Non a caso, la portavoce della Casa bianca Leavitt ha spiegato, intervistata da Fox, che ogni decisione di chiudere lo stretto sarebbe sconsiderata.

Sicuramente sarebbe un suicidio per l’Iran: bloccare anche solo parte di quel flusso spingerebbe il prezzo del barile dai 60 dollari di fine maggio a cento e forse oltre, determinando il crollo delle borse per i timori su inflazione e crescita.

Al momento, i mercati non sembrano credere all’ipotesi di escalation, la Cina, che è cliente quasi unico di Teheran, non vuole l’escalation. Le ritorsioni iraniane potrebbero giocarsi su un tavolo diverso, quello degli attacchi terroristici su territorio Usa e non solo.

Si torna così al tema di partenza: Trump “patriota del mondo”. Come definire il commander-in-chief americano che ha coraggiosamente spazzato via le esitazioni dei suoi per irrompere in una guerra non certo voluta dagli Usa ma necessaria ad annichilire le capacità nucleari di un regime terroristico?

L’Europa, come al solito, ha avuto un ruolo assai marginale, anzi ha inconsapevolmente aiutato gli ayatollah a prendere tempo e ad avanzare nel programma nucleare portando avanti dei negoziati del tutto inconcludenti.

Trump, con la sua azione inevitabilmente carica di conseguenze interne ed esterne, si è assunto la responsabilità di “fare strike” per eliminare qualunque ipotesi di una bomba iraniana. Così facendo, si è rivelato un uomo della sua epoca, che ha vissuto la Guerra fredda e la sua fine, e comprende il senso di “guerra giusta”, secondo i canoni neoconservatori. Non è la negazione del trumpismo ma una sua declinazione in chiave patriottica globale. Vedremo dove porterà.

Philip Morris 07/2026
Poste Italiane Dic 25

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