Gli ottimisti credono che l’AI creerà più posti di lavoro per un futuro luminoso che oggi possiamo solo immaginare. I pessimisti pensano invece che sarà una distruttrice di occupazione su una scala mai vista prima. Eppure esiste una via di mezzo. L’AI trasformerà i ruoli — a partire da quelli legati alle tre C: Coding, Conversation e Content — e aprirà anche nuove opportunità per lavorare in modi diversi. Alcuni compiti diventeranno obsoleti, altri nasceranno.
Studiamo le tendenze del lavoro da più di 70 anni. Già nel 2018 parlavamo dell’intersezione tra intelligenza umana e intelligenza artificiale. Il nostro saggio “Robots Need Not Apply” sottolineava l’importanza delle competenze umane in un’epoca in cui l’automazione stava crescendo rapidamente.
Quell’enfasi è altrettanto valida oggi. L’introduzione dell’AI nei luoghi di lavoro globali non equivale a smantellare interi reparti e lasciare che la tecnologia prenda il sopravvento. Richiede invece un approccio preciso e umano-centrico, capace di analizzare compiti e processi per permettere alle persone di concentrarsi sul lavoro che genera reale valore.
Alcune aziende l’hanno imparato a proprie spese, quando hanno dovuto riassumere dipendenti precedentemente licenziati dopo essersi rese conto che molte attività automatizzate richiedevano comunque intervento e discernimento umano.
Quando si parla di AI, io sono un ottimista con i piedi per terra. Credo che più che eliminare posti di lavoro, l’AI ne stia cambiando la natura. Infatti, entro il 2025, in 7 categorie professionali su 20 — come IT, finanza e customer service — le offerte di lavoro richiederanno più competenze legate all’AI rispetto al 2024. E settori come finanza, consulenza e automotive — un tempo lenti nell’adottare nuove tecnologie — oggi sono in prima linea.
A differenza di altre tecnologie emergenti centrate sull’IT, l’AI è ormai intrecciata a quasi ogni aspetto del nostro lavoro e della nostra vita, evolvendo in partner, coach, mentore e assistente. Tuttavia, il suo vero valore dipende ancora dalla supervisione, dal giudizio e dal contesto umano. Come dico spesso: l’AI è il mantello, ma gli esseri umani sono — e resteranno — i supereroi. Tre spunti chiave sull’adozione dell’AI rafforzano questa visione e guidano i leader su cosa fare.
Le persone sono incerte sul loro ruolo in un luogo di lavoro guidato dall’AI
Secondo le nostre ricerche, oltre la metà dei datori di lavoro nel mondo utilizza l’AI generativa, e il 47% dichiara di servirsi già di strumenti AI per assumere, formare e inserire talenti. Il 47% ritiene inoltre che i lavoratori più produttivi sviluppino le loro competenze AI direttamente sul campo, grazie a programmi aziendali di formazione e all’esperienza pratica.
Eppure molti dipendenti non vedono percorsi chiari di crescita. Il 50% non crede che la tecnologia renderà migliore il proprio lavoro e il 41% teme che la sua mansione sarà sostituita dall’automazione nei prossimi due anni. Un’incertezza comprensibile, visto che secondo il World Economic Forum il 39% delle competenze chiave della forza lavoro sarà rivoluzionato entro il 2030. Tuttavia, se implementata nel modo giusto, l’AI consentirà alle aziende di crescere, creando più opportunità per le persone, non meno.
Lo vediamo anche nella nostra azienda: il nostro agente AI integrato nella piattaforma di recruiting offre quasi 15 strumenti utili per aiutare i recruiter a semplificare il lavoro quotidiano e portare più intelligenza nel processo di selezione. Genera descrizioni e annunci di lavoro, crea griglie di intervista e permette di selezionare candidati in modo più rapido. Così i recruiter risparmiano ore, completano compiti in pochi secondi, tengono traccia di note e profili, e scoprono nuove opportunità per contattare e proporre candidati, accelerando l’assunzione.
Fornire formazione contestuale per reparto, aggiornare le job description e i percorsi di carriera includendo l’upskilling sull’AI, e supportare l’alfabetizzazione digitale tramite certificazioni e microcrediti è il modo giusto per coinvolgere le persone come veri partner del percorso AI.
Non stiamo coltivando abbastanza giovani talenti per guidare un futuro basato sull’AI
La scarsità di talenti resta una realtà. Nel 2025, il 71% dei datori di lavoro statunitensi afferma di faticare a trovare le competenze necessarie. Nonostante ciò, chi assume per ruoli legati all’AI tende a privilegiare profili senior e mid-level, capaci di generare impatto immediato, trascurando le figure entry-level.
Eppure, i professionisti junior non hanno mai portato con sé fin dall’inizio un bagaglio enorme di conoscenze — è proprio questo lo scopo del lavoro: imparare. Non sono né peggiori né migliori di chiunque altro nel comprendere e sfruttare l’AI. Riducendo oggi il flusso di nuovi talenti per inseguire expertise immediata, ci priviamo di un piano di successione pratico e di persone che possono crescere insieme all’evoluzione dell’AI. Rischiamo anche di contribuire a una società più diseguale, con alti livelli di disoccupazione giovanile.
Le competenze tecniche costruiscono l’AI — quelle trasversali la fanno funzionare
Assumere persone in grado di costruire sistemi AI è fondamentale. Ma lo è anche assumere individui con pensiero critico, capacità relazionali e sensibilità artistica: sono loro che insegnano all’AI i nostri valori, valutano i risultati nel contesto del comportamento umano e immaginano nuovi modi per usare l’AI con finalità di profitto e impatto positivo.
L’AI sta trasformando il lavoro giorno dopo giorno, e il livello di entusiasmo e sperimentazione è stimolante. Ora è il momento di ricordare che i lavoratori umani restano il nostro bene più prezioso. Non lasciamoci trascinare solo dalla “corsa alla velocità”, trascurando i contributi insostituibili delle persone.
Becky Frankiewicz è Presidente e Chief Strategy Officer, ManpowerGroup
L’articolo originale è disponibile qui.
