La Tv e le sfide del futuro, dalla Rai a San Marino

Intervista esclusiva a Roberto Sergio Direttore Generale della Rai e DG di RTV San Marino. “TeleMeloni non esiste. L’amichettismo io lo rifuggo, bisogna essere visionari ma concreti. Obiettivi per il futuro? Rendere grande e attrattiva per la pubblicità la televisione di San Marino”, spiega il manager.

 

Lui si definisce un “visionario concreto”, un creativo d’esperienza dotato di intuito e pragmatismo. Numeri e fatti alla mano, in effetti, non si può dargli torto, ma Roberto Sergio, è stato ed è anche molto di più. 65 anni, con una storia manageriale lunga 40 anni – dalla Sogei, alla fondazione di Lottomatica alla Rai – passando per i vertici di oltre 35 aziende pubbliche e private: Sergio oggi è Direttore Generale Rai e dirige RTV San Marino, anello di congiunzione di una partnership societaria e tecnologica basata su un accordo di collaborazione radiotelevisiva: la RAI infatti detiene il 50% del capitale sociale di San Marino RTV, con la quale condivide pro getti di produzione, scambio di contenuti e sperimentazione tecnologica. Ma torniamo ad oggi perché è ancora vivo il ricordo della camera ardente e poi delle esequie di uno dei più grandi personaggi Rai, Pippo Baudo, con Roberto Sergio che – commosso – ha presenziato le cerimonie ufficiali al Teatro delle Vittorie.

 

Sergio, lei ha conosciuto bene Pippo Baudo. Che cosa ha rappresentato per la Rai e, più in generale, per la televisione italiana?

Pippo è stato un caro amico, ha rappresentato un pilastro fonda mentale della Rai, contribuendo a definire l’identità culturale e mediatica nel nostro paese. In oltre 50 anni di carriera è stato una figura iconica della televisione italiana, ha innovato e promosso la cultura italiana, ha scoperto talenti, è stato un ponte tra generazioni. In sintesi: il simbolo del Servizio Pubblico radiotelevisivo.

 

Quale eredità lascia Baudo alle nuove generazioni di professionisti della tv e dello spettacolo?

Essere professionale e versatile, serio e rispettoso del pubblico, capace di innovare ed impegnarsi con dedizione ed amore per il proprio lavoro: ovvero la televisione.

 

Lei è stato Presidente, AD, Direttore Generale, Vice DG, Vicepresidente, Consigliere di Amministrazione, Consigliere Delegato. Se le chiedessimo di descriversi cosa risponderebbe?

Io mi definisco un visionario molto concreto. Sono un manager che cerca sempre di immaginare scenari potenzialmente realizzabili e di trasformarli, velocemente, in realtà. Da sempre è stato così. Ho fatto grandi esperienze: all’inizio della mia carriera mi sono occupato di marketing, comunicazione, relazioni istituzionali ed esterne. Questo ha stimolato in me la creatività, la voglia di fare cose che magari non si vedono direttamente ma che si possono immaginare e realizzare. Parallela mente al lavoro, poi, ho sempre svolto attività di volontariato, associazionismo, organizzazione di eventi e manifestazioni sportive e culturali. Quindi, probabilmente, l’incrocio tra questa passione non lavorativa e la voglia di creare qualcosa di importante nelle aziende ha segnato il mio percorso di vita.

 

Come si fa a restare sempre al vertice? 

Probabilmente dimostrando concretamente quello che si è e quello che si vuole essere. Uno dei valori principali per chi lavora in una azienda è non deludere le persone, non deludere gli azionisti, non promettere cose irrealizzabili, ma sfidarsi sempre su obiettivi concreti e lavorare per raggiungerli. È per questo che, in qualunque azienda mi sia trovato, ho sempre avuto ruoli dove potevo contribuire seriamente e prendere decisioni importanti.

 

Sarà stato utile anche un po’ di “amichettismo”, no? 

Io rifuggo totalmente il concetto di amichettismo, pur essendo amico di molti. Un manager che ha attraversato oltre 35 aziende e ben “3 repubbliche”, con partiti che cambiano o scompaiono, non può restare ai vertici per 40 anni se non grazie alla propria storia, competenza e affidabilità. Credo che affidabilità e serietà siano valori irrinunciabili.

 

Valori che l’hanno portata anche a RTV San Marino.

Sono arrivato a RTV San Marino mentre ero AD della RAI, nell’aprile 2024, dopo le dimissioni del precedente direttore generale di San Marino TV. Mi sono reso conto che la società, partecipata al 50% dalla RAI, rischiava il fallimento. Divenne un problema fra due Stati, perché questa televisione nasce da un accordo bilaterale tra Italia e San Marino. Decisi di non sostituire il dimissionario, ma di occuparmene direttamente con il mio staff, iniziando a comprendere il valore e le potenzialità di questa televisione. Consapevole che il mio mandato di Ad RAI avrebbe avuto una scadenza, chiesi di poter assumere anche la direzione generale di RTV San Marino, convinto che fosse una sfida e una missione realizzabile.

 

Qual è l’obiettivo di RTV San Marino?

Innanzitutto, essere la televisione di Stato e il servizio pubblico di San Marino, con una vocazione inter nazionale, non locale come alcuni pensavano. Il grande obiettivo è portarla su Auditel nel 2027 per farla diventare una tv che raccolga pubblicità e investimenti importanti a livello nazionale e internazionale. Per questo, nel 2025 e nel 2026, dovrà sviluppare prodotti di qualità e una distribuzione significativa sul territorio italiano e internazionale, così da giustificare la presenza su Auditel con numeri importanti.

 

Dopo tutti questi anni a Viale Mazzini, come definirebbe l’azienda e il suo rapporto con la Rai? 

Per me la Rai è la più grande azienda culturale italiana e un broadcaster leader in Europa, sia in termini di ascolti che di qualità, incredibilmente con il canone più basso in Europa. Ho contribuito, entrando nel 2004, alla nascita del digitale terrestre e al passaggio al digitale dell’offerta radiotelevisiva italiana. Ho avuto ruoli importanti nel settore pubblicitario, sono stato Presidente e per alcuni mesi anche amministratore delegato di Sipra, ho seguito, da Presidente, la quotazione in Borsa di Rai Way e successivamente ho rilanciato la radiofonia: tutte attività che sono nel mio DNA. Per questo ho nel cuore la Rai così come la Lottomatica ora IGT, azienda di cui sono stato uno dei fondatori.

 

Quanto è importante lo sport per un’emittente televisiva e cosa giustifica i diritti milionari che vengono versati?

Lo sport, e intendo tutti gli sport, anche quelli meno seguiti dagli altri editori, è un asset fondamentale per la Rai. Rappresenta il racconto quotidiano del Paese e delle persone. La Rai deve valorizzare lo sport, anche paralimpico, attraverso canali generalisti dedicati come Rai2. I diritti sono ormai esageratamente gonfiati in alcuni sport. Nessuno, per esempio, può più sostenere i costi del calcio in chiaro per la Serie A. Credo invece si debba puntare sulla Serie B, C o sugli sport considerati “minori”, ma che appassionano centinaia di migliaia di persone. Il canone permette di sostenere queste iniziative, affinché i cittadini non debbano rivolgersi solo alle piattaforme a pagamento. La Rai fa la differenza con la maglia azzurra, gli sport minori e la disabilità, oltre alla valorizzazione dello sport femminile e questo è un valore assoluto da preservare.

 

Il suo nome è stato spesso al centro di polemiche, il caso Scurati è stato quello più clamoroso. Con il senno di poi, pensa di aver commesso qual che errore?

Nessuno è immune da errori. La comunicazione, specie se diretta, può non essere perfetta, equivocata o strumentalizzata. Io, a differenza di tanti altri, ho sempre messo la mia faccia per difendere l’azienda e i collaboratori. Forse in alcuni casi avrei dovuto essere più cauto, ma tutte le volte che sono intervenuto l’ho fatto per difendere l’azienda.

 

Si parla di “Tele Meloni” da quando lei era ancora ad della RAI. Lei disse che sarebbe stato meglio chiamarla “Tele opposizioni”. Ne è sicuro?

Non ho mai pensato che esistesse “Tele Meloni” e non credo che esista oggi. Penso che la RAI stia cercando di aprirsi a diverse esperienze e racconti, passando da una televisione omologata ad un’azienda pluralista. La politica tende a strumentalizzare tutto, ma io credo molto nel lavoro che sta facendo in Rai Giampaolo Rossi, di cui ho grande stima. Un esempio per tutti, l’attuale AD ha annunciato il ritorno di Benigni, che non appartiene certo alla narrazione della maggioranza e che ironizza spesso su di essa. Se ci fosse davvero “Tele Meloni” allora Benigni dovrebbe essere visto altrove. Invece, è una punta di diamante dell’offerta autunnale della Rai.

 

Quindi non c’è una battaglia culturale per strappare l’egemonia culturale alla sinistra?

Io credo che ci sia una battaglia per riequilibrare l’egemonia culturale del passato, perché nel passato c’è sempre stata una sola visione culturale. Oggi in Rai ce n’è più di una e questo consente maggiore Libertà. Credo che chi paga il canone, chi guarda la RAI, abbia il diritto di avere una pluralità di racconto, una pluralità di idee, una pluralità di prodotto. La nostra offerta informativa e di inchiesta offre voci diverse che però non hanno cancellato le precedenti: noi abbiamo Ranucci, Iacona o Sabrina Giannini, ma anche Sottile e Giletti. Quindi non abbiamo sottratto, ma abbiamo aggiunto.

 

Però, come ha specificato l’Usigrai durante l’ultima presentazione dei palinsesti, è vero che sono stati confermati dei programmi, ma sono stati tagliati spazi ai programmi d’inchiesta…

Noi abbiamo un problema che è legato alla Finanziaria, alla necessità sull’anno 2026 di procedere a un risparmio di 26 milioni, che non sono pochi. Va detto, però, che i tagli delle puntate che hanno avuto Sottile e Giletti sono superiori ai tagli dei pro grammi di Ranucci e Iacona; quindi, anche questo è un pezzo di racconto strumentale. Un racconto completo sarebbe quello che specifica che Far West perde più puntate di Report, nonostante Sottile abbia una visione culturale diversa da Ranucci, diciamo più omogenea alla nuova maggioranza. Allora chi è stato penalizzato di più? Come al solito, è il gioco della politica che si sostituisce ai manager facendo il male dell’azienda e delle persone che ci lavorano.

 

Se potesse cambiare una sola cosa nella Rai che cosa cambierebbe? 

La scelta del Consiglio d’Amministrazione da parte dei partiti, si dovrebbe ridare il potere di nomina a soggetti istituzionali come in passato. Vorrei che in Rai le persone non venissero indicate solo ed esclusivamente per omogeneità culturale o politica, ma anche per curricula, per esperienze concrete.

 

Una scelta di cui va veramente fiero e una che non rifarebbe?

Sono fiero di aver scelto nel 2004 di lasciare l’azienda che amavo e che avevo contribuito a fondare, ovvero Lottomatica, per la sfida Rai. È una scelta di cui non mi sono mai pentito. Non c’è invece una scelta che non rifarei perché io agli incroci sono riuscito sempre a scegliere la strada giusta, anche se spesso molto faticosa da percorrere.

 

Che farà Roberto Sergio da grande?

Tra meno di due anni ormai, per motivi oggettivi, c’è la pensione che, per come la interpreto io, deve essere una nuova ripartenza. In questi anni ho interagito con talmente tanti mondi e persone, che mi conoscono e stimano, che sicuramente troverò ulteriori occasioni di impegno e nuove sfide. Poi ci sarà tanto più mare, perché in questo periodo, causa i molti impegni, sono meno abbronzato del solito e non mi va di perdere la sfida annuale del colore con l’amico Carlo Conti.

 

*Intervista di copertina estratta dal numero speciale “Tv & Spettacoli” di Fortune Italia a cura di Pier Paolo Mocci sfogliabile gratuitamente al seguente link 

Poste Italiane Dic 25

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