All’Onu lo Stato di Palestina serve soltanto ai cultori della propaganda

Palestina: Il presidente francese EMMANUEL MACRON e il ministro degli Esteri saudita PRINCIPE FAISAL BIN FARHAN AL SAUD siedono al tavolo della Conferenza internazionale di alto livello per la risoluzione pacifica della questione palestinese.

All’Assemblea generale delle Nazioni unite, in corso a New York, va in onda il festival dell’ipocrisia. L’iniziativa della Francia, che ha riscosso anche il sostegno del Regno unito e di altri Paesi occidentali come Canada e Australia, volta al riconoscimento di un fantomatico “stato della Palestina”, racconta l’abisso tra l’apparenza e la sostanza delle cose. Tra la propaganda e la realtà.

La realtà è che uno stato di Palestina, ad oggi, non esiste. Gli stati non si inventano, gli stati esistono perché sono dotati di un territorio abitato da una popolazione stabile e definito da confini certi, da istituzioni e un’amministrazione in grado di esercitare il “monopolio della forza” su quel dato segmento geografico.

Non bisogna essere dotti scienziati né giuristi per comprendere che oggigiorno a Gaza non esiste alcuno stato, c’è una popolazione stremata dalla guerra e vessata da Hamas, un gruppo terroristico che, seppure fortemente indebolito, esercita ancora un controllo su alcune porzioni di territorio. Poi ci sono le tribù autonome che non si riconoscono in Hamas, ci sono le velleità dell’Anp (che non governa a Gaza ma chiama “figli di cani” i miliziani di Hamas e ingiunge loro di deporre le armi), c’è l’esercito israeliano, l’Idf, determinato a portare a termine l’assedio finale a Gaza city.

Si evoca la soluzione dei “due popoli, due stati”, l’unica in grado di portare, un giorno, una pace stabile in Medioriente. Il governo italiano, impegnato in prima linea nell’assistenza umanitaria alla popolazione palestinese, continua a indicare l’obiettivo di lungo termine, i due stati, senza cedere alla propaganda filo-Hamas.

“Abbiamo molti incontri per costruire il futuro della Palestina – ha detto ieri il vicepresidente del Consiglio Antonio Tajani a New York – Ma non possiamo fare un favore ad Hamas. Non c’è oggi uno stato palestinese. Dobbiamo costruirlo”.

Viene da domandarsi se, per realizzare l’obiettivo sacrosanto dei due stati, servano le allocuzioni immaginifiche di un presidente in cerca di visibilità internazionale (per sopperire al calo di consenso interno), come Emmanuel Macron, o servano invece iniziative concrete volte, anzitutto, a liberare i palestinesi dal giogo di Hamas e a liberare i 48 ostaggi israeliani, vivi o morti, ancora tra le mani dei tagliagole islamisti.

La prudenza dell’Italia, come della Germania (il cancelliere Merz diserta l’adunata al Palazzo di Vetro e delega il ministro degli Esteri), non ha solo ragioni storiche, comprensibilissime per due Paesi che si sono macchiati di crimini orrendi come le leggi razziali di mussoliniana memoria e l’Olocausto, vale a dire lo sterminio deliberato di sei milioni di ebrei, la più grande tragedia nella storia umana. Ci sono anche ragioni politiche che sconsigliano la fuga in avanti.

Non solo perché riconoscere adesso uno stato che non c’è sarebbe un “premio” conferito agli assassini del 7 ottobre 2023. Qualunque entità statuale a Gaza, oggi, sarebbe “Hamastan”, come ha detto Marine Le Pen, allineandosi alla posizione di Donald Trump.

I capi politici sono stati quasi tutti annientati ma Hamas può contare ancora su 20mila terroristi attivi sul territorio. E poi il riconoscimento frettoloso dello stato che non c’è servirebbe a ben poco (se non a rafforzare la propaganda di Hamas).

Gaza è una distesa di macerie, la ricostruzione richiederà anni e capitali enormi che non potranno prescindere da uno sforzo congiunto di americani e Paesi arabi.

Il riconoscimento dello stato di Palestina avrebbe ben pochi risvolti pratici: le missioni diplomatiche palestinesi presenti nei Paesi che riconoscono la Palestina dovrebbero essere elevate ad ambasciate (ma sul punto lo stesso Macron ha già posto una condizione: il rilascio di tutti gli ostaggi israeliani). Il riconoscimento potrebbe aprire la porta delle grandi organizzazioni internazionali, a partire dall’Onu (dove al graduale disimpegno, anche finanziario, degli Stati uniti si accompagna l’ascesa della Cina e il rafforzamento del fronte anti israeliano ormai maggioritario). Dal 2012 la Palestina ha il ruolo di “osservatore permanente” all’Assemblea generale, senza diritto di voto. Tuttavia la piena adesione all’Onu richiede l’approvazione del Consiglio di sicurezza, dove l’America ha diritto di veto.

Insomma, il quadro finale di una improvvida iniziativa diplomatica appare a dir poco fosco. L’impressione è che la propaganda prevalga sulla realtà.

Philip Morris 07/2026
Poste Italiane Dic 25

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