Per la prima volta in dieci anni, Google perde parte della sua egemonia nella ricerca sul web, scendendo sotto la soglia psicologica del 90%. L’avanzata dell’intelligenza artificiale – con strumenti come ChatGPT e altri modelli linguistici generativi – apre scenari del tutto nuovi, incidendo profondamente sulle abitudini di ricerca degli utenti e sulle strategie delle imprese. I dati più aggiornati rivelano che nel 2023 gli utenti Internet nel mondo hanno superato i 5,16 miliardi, pari al 64,4% della popolazione globale. In Italia, però, la situazione è più complessa: solo il 45,7% delle persone tra 16 e 74 anni possiede competenze digitali di base e meno di metà della popolazione adulta può definirsi realmente competente online. Questo “digital divide” rende ancora più urgente capire le implicazioni di un ecosistema della ricerca che sta radicalmente cambiando volto.
«Siamo davanti a un vero cambio di paradigma», afferma Stefano Robbi, fondatore e CEO di NetStrategy, realtà di marketing digitale che vanta oltre cento clienti attivi e un tasso di fidelizzazione dell’84%. «Google per la prima volta non è più inattaccabile. Non parliamo tanto del presente, ma delle prospettive future. Non a caso, colossi come Meta stanno investendo in figure specializzate in AI, con stipendi paragonabili a quelli dei grandi campioni sportivi».
Il nuovo approccio non stravolge soltanto la logica di ricerca, ma ridisegna le basi stesse del marketing digitale. Se Google ha sempre presentato un elenco di link tra cui scegliere, l’intelligenza artificiale propone invece risposte dirette, selezionate e contestualizzate. «Quando un utente chiede a ChatGPT quali siano le migliori tre aziende di un determinato settore», spiega Robbi, «questo restringe l’attenzione a poche realtà, dando visibilità anche a imprese minori accanto ai giganti del settore».
Le implicazioni per le PMI italiane sono enormi. A differenza del modello Google, fortemente legato agli investimenti pubblicitari, gli strumenti di AI valorizzano soprattutto la reputazione digitale complessiva di un’azienda. Non basta più avere un sito ben costruito: oggi conta ciò che viene detto su un brand all’interno dei social, nei forum, nelle recensioni e negli articoli di settore. Questo rende il nuovo scenario molto più democratico. «Abbiamo già visto casi in cui realtà di piccole dimensioni emergono nelle risposte offerte dagli LLM, persino accanto a colossi consolidati», sottolinea Robbi.
«Partire subito con queste strategie può fare la differenza: chi entra prima in questo nuovo gioco ottiene un vantaggio competitivo significativo». Il 2024 segna infatti un’accelerazione nell’uso dell’IA applicata alla SEO e al content marketing. In Italia, il digitale sta diventando un perno della trasformazione aziendale, non più solo una conseguenza della pandemia, ma un vero e proprio driver strategico. «Le imprese non possono più limitarsi al sito istituzionale», avverte Robbi. «Devono presidiare tutti i canali digitali, dai social ai portali specialistici, perché la reputazione non è più costruita solo internamente ma co-creata dagli utenti attraverso i contenuti che diffondono».
Per i brand che vogliono mantenere rilevanza, sarà cruciale implementare una strategia integrata che consideri l’intero ecosistema digitale e tenga sotto controllo tutto ciò che riguarda l’immagine aziendale online. La sfida del futuro si giocherà sulla capacità di trasformare la reputazione digitale da semplice effetto collaterale della comunicazione a un asset strategico e competitivo.
