Data center, boom tra 2025 e 2026: i nodi da sciogliere e la sfida di andare oltre Milano

data center ida

I data center italiani crescono ma meno del previsto, secondo i dati di Ida, l’Italian data center association. Nello studio commissionato dall’associazione si legge di una crescita dell’offerta dei centri di calcolo del 6% nel 2024, meno di quanto stimato lo scorso anno.

In totale nel 2024 la potenza degli hub grandi e piccoli che alimentano, tra le altre cose, cloud e intelligenza artificiale, ha raggiunto i 287 MW. Ancora cifre piccole rispetto agli altri grandi Paesi europei, ma un po’ di ritardo finora è stato colmato. Solo la Spagna è andata più veloce di noi negli ultimi anni, e secondo Ida siamo solo all’inizio: la potenza installata in Italia tra fine 2025 e 2026 supererà tutta quella odierna.

Perché i data center sono in ritardo

La lunghezza delle tempistiche per far entrare in funzione strutture già ‘sicure’ ha inciso sui dati, ed è per questo che l’associazione rimane ottimista: presto quelle strutture, con “attività di costruzione in pieno svolgimento”, saranno pronte, e si riusciranno a rispettare le stime sul medio lungo periodo. Sono in corso attività di costruzione per 343 MW, con altri 1.684 MW “realisticamente pianificati. Nei prossimi cinque anni, si prevede che ciò comporterà una spesa di 21,8 miliardi per la
costruzione e l’allestimento dei data center”, dice il report.

“I principali nodi da sciogliere restano quelli legati ai tempi e alla complessità dei procedimenti autorizzativi”, dice a Fortune Italia Sherif Rizkalla, presidente di Ida. Quelle tempistiche oggi “possono variare sensibilmente da un territorio all’altro. È fondamentale arrivare all’introduzione di un procedimento unico nazionale per i progetti di data center, che possa semplificare e coordinare tutti i passaggi amministrativi, mantenendo al contempo elevati standard di sicurezza e sostenibilità”.

Un altro punto chiave è la “definizione chiara della destinazione d’uso: per IDA, i data center devono essere riconosciuti come infrastrutture produttive, coerenti con il loro impatto economico, occupazionale e tecnologico”.

I numeri dei data center in Italia – report Ida 2025

Il ruolo del decreto Energia

Sarà il decreto energia, che secondo il ministro dell’Ambiente Pichetto Fratin è praticamente pronto, a determinare i paletti ai consumi dei data center, per i quali sarebbe prevista una nuova procedura autorizzativa unificata della durata di dieci mesi.

Non è un caso se la presentazione del report (visionato in anteprima da Fortune Italia) avverrà oggi 7 ottobre alla presenza dei dirigenti Mase e Arera (l’autorità che governerà i data center) e del ministro delle Imprese, Adolfo Urso: sarà compito del Governo sciogliere i nodi principali del settore data center, compresi quelli energetici, ma non solo. Anche il consumo di suolo è un tema importante,

Tra le proposte della stessa Ida c’è proprio quella di normare l’utilizzo dei terreni ‘brownfield‘, le aree industriali o commerciali abbandonate. “La nostra proposta è stata accolta con interesse dalle istituzioni: valorizzare gli ampliamenti e le riconversioni di siti esistenti significa ridurre consumo di suolo, ottimizzare le risorse energetiche e accelerare i tempi di realizzazione. È una logica di sostenibilità e buon senso che ci auguriamo venga recepita pienamente nel prossimo quadro normativo”, dice Rizkalla.

Data center, le sfide della rincorsa italiana

I numeri del prossimo boom dei data center

Nel prossimo anno “l’offerta crescerà in modo ancora più marcato” grazie all’entrata in funzione di numerosi data center hyperscale, quelli di grandi dimensioni, con 110 MW in più nel 2025, 250 MW nel 2026 via via fino a superare il Gigawatt del 2028 (in linea con le previsioni precedenti sul settore) e poi addirittura i 2 Gw nel 2031. Si tratterebbe di un aumento del 600% rispetto ai numeri del 2024, con una crescita media annua del 30%.

Gli altri numeri rilevanti riguardano i posti di lavoro, che il rapporto Ida misura in unità lavorative a tempo pieno (FTE). Oggi sono poco più di 1.200, nel 2029 saranno quasi 6.000, mentre caleranno le persone al lavoro sui piccoli data center aziendali (enterprise) che oggi impiegano altri 7.000 professionisti ma che sono destinati ad essere superati dalla tecnologia dei nuovi data center e dal mercato, che va verso i servizi cloud offerti dagli hyperscaler e agli operatori che offrono i data center in colocation.

Poi c’è l’impatto sulla filiera: attività come costruzione, installazione, servizi di sicurezza e altri fornitori impiegano quasi 14.000 FTE a supporto dei data center.

Gli hyperscaler trascinano il mercato

Le stime poggiano sugli annunci degli hyperscaler del cloud, come Amazon Web Services, che a maggio 2025 ha annunciato l’espansione dell’infrastruttura cloud in Italia con un investimento da 1,2 mld di euro. Microsoft ha annunciato il raddoppio dell’investimento sui data center, fino a 10 mld di euro, mentre tra i player italiani Eni ha firmato una lettera di intenti con gli emiratini di Mgx e G42 (gli stessi che hanno puntato sull’italiana Domyn, all’epoca iGenius) per costruire data center con potenza fino a 1 Gw, con il primo esemplare previsto a Ferrera Erbognone, in provincia di Pavia. Tra 2024 e 2025 sono arrivate aperture anche a Roma (come Aruba e Medterra) ma i progetti più grandi sono sempre a Milano. Tra gli altri vanno ricordati quelli di Data4 (progetto da un miliardo di euro) a Vittuone e quello di Apto a Lacchiarella (investimento da 3,4 mld di euro).

Non esiste solo Milano

Se la situazione cambierà, se la Lombardia non sarà più l’unico luogo o quasi deve costruire data center, il merito sarà sempre degli hyperscaler.

Secondo il report “i fornitori di cloud hyperscale stanno rapidamente costruendo nuove availability zones in diverse regioni di Italia. Ciò è in parte dovuto alla crescente domanda interna, e in parte a una strategia geografica ben definita da parte di questi provider. Di conseguenza, gli investimenti di classe hyperscale stanno guidando la crescita del mercato”.

Milano (e l’area circostante, con un raggio che va dai 20 fino ai 50 chilometri) rimane per ora irraggiungibile per altre città italiane con l’aspirazione di diventare hub di dati, come Roma o Torino: è sicuramente l’unica ad aver raggiunto i livelli dei centri europei più importanti (chiamati Flap-D, acronimo di Francoforte, Londra, Amsterdam, Parigi e Dublino).

I numeri dei data center in Italia e la suddivisione tra regioni – report Ida 2025

Il ruolo dei cavi sottomarini

Il capoluogo lombardo “resta certamente il principale polo dei data center in Italia, grazie alla concentrazione di infrastrutture, connettività e competenze”, dice Rizkalla. “Tuttavia, stiamo assistendo a una diversificazione geografica molto interessante: città come Genova, Bari, Napoli o la Sicilia si stanno posizionando come nuovi hub grazie a fattori strutturali, come la presenza di cavi sottomarini internazionali, la prossimità ai mercati energetici del Sud e la disponibilità di aree con buona accessibilità logistica”. Ida prevede un multiplo di 10x nei prossimi cinque anni proprio per i cavi sottomarini.

Ma crescere oltre Milano è ancora una sfida, allo stato attuale delle cose. “Ciò che ancora frena questo sviluppo è la disponibilità limitata di potenza elettrica, la complessità dei processi autorizzativi e la mancanza di visibilità sui piani di rete. Su questi aspetti stiamo dialogando con Terna e le istituzioni competenti”.

Milano è vicina alla saturazione?

Trovare nuove città sembra vitale, considerato che anche per la rete lombarda un rischio congestione c’è. “Più che di capienza massima”, dice il presidente di Ida, “parlerei di una fase di saturazione virtuale: il territorio ha sostenuto una crescita straordinaria, ma oggi serve una pianificazione più coordinata, per evitare congestioni e garantire sostenibilità. È il momento di affiancare ai grandi poli del Nord una rete di hub regionali e edge data center distribuiti, così da costruire un sistema nazionale più equilibrato e resiliente.

Tra i player del settore c’è una certa urgenza, considerato che alle iniziative private si aggiungono quelle pubbliche. Ida ricorda che “l’Unione Europea sta finanziando e incentivando gli investimenti nelle infrastrutture per l’AI, con l’obiettivo di triplicare la capacità dei data center europei”. A Bologna, va ricordato, si lavora alla costruzione di una delle principali Ai Factory del continente. Inoltre “il settore pubblico sta attuando l’ambizioso piano del Polo Strategico Nazionale. Questo progetto porterà alla creazione di quattro principali data center nazionali (in colocation), alcune decine di hub regionali e a un’adozione crescente del cloud. La sfida infrastrutturale è rappresentata dalla consolidazione di oltre 1200 piccoli CED (centri elaborazione dati/server room) in un numero limitato di data center moderni e scalabili. Il risultato sarà una riduzione significativa della capacità IT (in MW) delle imprese e del settore pubblico”.

Poste Italiane Dic 25

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