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Manovra: tutti i conti di Istat, Upb e Bankitalia

istat

La misura della manovra che porta l’aliquota Irpef per lo scaglione di reddito tra 28mila e 50mila euro dal 35 al 33% coinvolgerebbe poco più di 14 milioni di contribuenti, o 11 milioni di famiglie (il 44%), secondo il presidente dell’Istat Francesco Maria Chelli, che ha parlato in audizione davanti alle commissioni Bilancio congiunte di Camera e Senato sulla manovra. Ma i benefici per gli italiani non sono distribuiti equamente: l’85% delle risorse andrebbe alle famiglie più ricche.

Il vicecapo del Dipartimento Economia e statistica della Banca d’Italia, Fabrizio Balassone, anche lui in audizione sulla manovra, ha detto che le misure presenti in manovra a sostegno del reddito (quindi anche le modifiche previste sul calcolo Isee e il bonus mamme) non comportano “variazioni significative della disuguaglianza nella distribuzione del reddito disponibile equivalente tra le famiglie. La riduzione dell’aliquota dell’Irpef per il secondo scaglione di reddito favorisce i nuclei dei due quinti più alti della distribuzione, ma con una variazione percentualmente modesta del reddito disponibile. Gli effetti dei principali interventi in materia di assistenza sociale si concentrano invece sui primi due quinti delle famiglie e sono anch’essi modesti”.

Balassone ricorda che gli interventi di sostegno al reddito delle famiglie nel periodo 2022-25 “hanno più che compensato l’impatto negativo del drenaggio fiscale e dell’erosione dei trasferimenti”.Ma “il recupero dei redditi familiari non può essere perseguito solo con interventi fiscali” e “deve fondarsi su un efficace sistema di contrattazione e, in ultima analisi, sull’aumento della produttività”.

Il taglio delle aliquote Irpef previsto in manovra, secondo il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti “tutela i contribuenti con redditi medi, ed estende la platea di chi aveva beneficiato del cuneo fiscale coinvolgendo il 32% del totale dei contribuenti”. Pur perseguendo una “politica di bilancio attenta”, il ddl bilancio punta a dare “risposte alle esigenze profonde del Paese”.

I benefici del taglio dell’Irpef vanno ai più ricchi

“Ordinando le famiglie in base al reddito disponibile equivalente – ha illustrato Chielli – e dividendole in cinque gruppi di uguale numerosità, emerge come oltre l’85% delle risorse siano destinate alle famiglie dei quinti più ricchi della distribuzione del reddito: sono infatti interessate dalla misura oltre il 90% delle famiglie del quinto più ricco e oltre due terzi di quelle del penultimo quinto”.

In altre parole, secondo il presidente Istat il guadagno medio va dai 102 euro per le famiglie del primo quinto, le più povere, ai 411 delle famiglie dell’ultimo, le più ricche.

Per tutte le classi di reddito il beneficio comporta una “variazione inferiore all’1% sul reddito familiare”, mentre se non si considerasse la divisione in quinti applicata dall’Istat la media del beneficio annuo sarebbe di 230 euro, o 276 euro considerando i nuclei familiari.

I”Secondo le stime dell’Ufficio parlamentare di bilancio, la riduzione dell’aliquota Irpef riguarderà il 30% dei contribuenti per una riduzione di gettito Irpef di circa 2,7 miliardi. Il 50% del risparmio di imposta va ai contribuenti con reddito superiore ai 48mila euro, che rappresentano l’8 per cento del totale, secondo la presidente dell’Upb, Lilia Cavallari.

Secondo Cavallari gli effetti della riforma variano in base al reddito prevalente. Beneficio da 408 euro per i dirigenti, 123 euro per gli impiegati, 23 euro per gli operai.

I lavoratori autonomi avranno un beneficio medio di 124 euro, i pensionati di 55 euro.

Nuovo calcolo dell’Isee, ma la vita delle famiglie povere cambia poco

La legge di bilancio prevede modifiche anche al calcolo dell’Isee, che secondo Istat “comportano un beneficio medio annuo di 145 euro per circa 2,3 milioni di famiglie (8,6% delle famiglie residenti)”. Secondo il presidente “il beneficio medio è più elevato per le famiglie più povere” e sarebbe pari a “263 euro, determinando una variazione media sul reddito familiare del 2,2%”.

Ma al di là del beneficio medio, le famiglie povere rappresentano “una quota molto esigua delle famiglie avvantaggiate dalla norma poiché generalmente già rientravano nei requisiti di accesso e ricevevano importi dei trasferimenti relativamente più elevati per le cinque misure considerate”.

In realtà, quindi, quasi il 70% delle famiglie avvantaggiate dalle modifiche sull’Isee si collocano nei quinti centrali (terzo e quarto) della distribuzione del reddito familiare equivalente.

Secondo Balassone di Bankitalia “le modifiche” contenute in legge di bilancio “al calcolo dell’Isee, se applicate anche nel caso di prestazioni, in denaro o in natura, soggette a razionamento, come ad esempio la frequenza di asili nido e mense scolastiche, modificherebbero l’ordinamento delle famiglie potenzialmente interessate a fruire di tali servizi, favorendo quelle più numerose e quelle proprietarie dell’abitazione. Secondo le nostre stime, tra le famiglie potenzialmente sfavorite rientrerebbero quelle più giovani e quelle di cittadinanza straniera”. 

Bonus mamme: costo da 570 mln di euro

L’aumento del bonus mamme previsto in legge di bilancio, che passa da 40 euro mensili a 60 euro, coinvolgerà una platea “composta da circa 865mila lavoratrici, un quarto delle lavoratrici con figli (3,5 milioni). Assumendo un tasso di adesione pari al 100%, il beneficio medio annuo individuale sarà di quasi 660 euro (60 euro mensili moltiplicati per il numero di mesi lavorati), per un costo totale di circa 570 milioni”.

Le famiglie beneficiarie sarebbero il 3,2% del totale delle famiglie residenti e il beneficio “comporterà una variazione sui redditi familiari pari, in media, al 2,7%”, ha detto Chelli, che anche in questo caso sottolinea come i vantaggi maggiori li vedranno i quinti centrali della distribuzione del reddito.

“Il beneficio aumenta al crescere del reddito familiare equivalente (da 581 in media per le famiglie del primo quinto a 700 per quelle del quinto più ricco), in quanto le lavoratrici delle famiglie con i redditi più bassi lavorano in media meno mesi nell’arco dell’anno. Rispetto a quanto percepito nel 2025 – ha detto ancora Chelli – la misura comporterebbe per il 2026 un guadagno a livello familiare di circa 220 euro su base annua”.

Imprese: i benefici della maggiorazione sugli ammortamenti

Un’altra misura della manovra è quella sulla maggiorazione degli ammortamenti per beni strumentali ad alto contenuto tecnologico per le imprese: ne beneficeranno il 3,8% delle società considerate.

La relazione del presidente Istat al Parlamento segnala che “una quota significativa dell’agevolazione è persa per incapienza, circa il 45%, soprattutto per le imprese appartenenti alla manifattura, le imprese indipendenti, quelle del Nord e le imprese finanziariamente fragili”.

Secondo Bankitalia “per le imprese con capienza fiscale, a parità di valore dell’investimento, la nuova misura” sull’iper-ammortamento “dovrebbe garantire nella maggior parte dei casi risparmi superiori rispetto a quelli ottenibili con gli schemi di incentivo in scadenza. Tuttavia i benefici sarebbero più incerti per le imprese in perdita o con utili non sufficientemente ampi, come quelle giovani o in forte crescita”.

Il vicecapo Blassone aggiunge che da una delle misure più discusse, il contributo richiesto alle banche in legge di bilancio, ci saranno ripercussioni contenute. Il sistema bancario italiano è nell’insieme solido, ben patrimonializzato e oggi tra i più redditizi d’Europa., come aveva ripetutto il Governatore Fabio Panetta in occasione dell riunione Bce di Firenze.

Ma da via Nazionale si chiede di procedere senza sorprese: “I rischi di credito restano limitati, grazie anche alle buone condizioni finanziarie delle imprese. In generale, sarebbe opportuno evitare il ripetersi frequente di inattese modifiche della tassazione”.

Quasi sei milioni di persone rinunciano alle cure

Un capitolo a parte lo merita la sanità. L’Istat dice che “nel 2024 il 9,9% delle persone ha dichiarato di aver rinunciato a curarsi per problemi legati alle liste di attesa, alle difficoltà economiche o alla scomodità delle strutture sanitarie: si tratta di 5,8 milioni di individui, a fronte di 4,5 milioni nell’anno precedente (7,6%)”.

“La rinuncia a causa delle lunghe liste di attesa costituisce la motivazione principale – si legge nella relazione – indicata dal 6,8% della popolazione, e risulta anche la componente che ha fatto registrare l’aumento maggiore negli ultimi anni: era il 4,5% nel 2023 e il 2,8% nel 2019. La rinuncia in conseguenza delle lunghe liste di attesa è più elevata per le persone adulte di 45-64 anni (8,3%) e tra gli anziani di 65 anni e più (9,1%). Il fenomeno è più diffuso tra le donne (7,7%), sia nelle età centrali (9,4% a 45-64 anni) sia in quelle avanzate (9,2% a 65 anni e più). Nel 2024 il problema ha interessato il 6,9% dei residenti nel Nord, il 7,3% nel Centro e il 6,3% nel Mezzogiorno; rispetto a cinque anni fa i valori risultano decisamente più elevati: nel 2019 la quota era 2,3% al Nord, 3,3% al Centro e 3,1% nel Mezzogiorno”.

Gli altri nodi secondo Banca d’Italia

Tra le altre dichiarazioni di Balassone di Banca d’Italia, si segnalano l’allarme sulla limitata capacità delle nuove norme di accelerare i rinnovi contrattuali. “Il quaranta per cento dei dipendenti privati è coperto da accordi firmati prima del 2025 con scadenza successiva al 31 dicembre 2026, inclusi quelli del commercio e turismo, settori che hanno sperimentato un’erosione del potere d’acquisto particolarmente marcata”.

Sulle rottamazioni fiscali, Bankitalia sottolinea che “nella gestione dei crediti fiscali dell’amministrazione pubblica le ‘rottamazioni’ hanno assunto un carattere ricorrente” e che quella contenuta in manovra è “uno strumento che in passato non ha accresciuto l’efficacia nel recupero di gettito”.

Infine, dice Balassone, la revisione del Pnrr contenuta in legge di bilancio deve essere accompagnata da una “significativa accelerazione della spesa”.

Philip Morris 07/2026
Poste Italiane Dic 25

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