Il rapporto sull’inflazione di novembre, atteso da tempo, a una prima lettura sembra portare buone notizie. I prezzi al consumo crescono del 2,7% su base annua, mentre l’inflazione core scende al 2,6%, il livello più basso da anni. Ma per molti economisti quei numeri fanno subito scattare l’allarme, soprattutto sul fronte della casa, la voce più pesante dell’indice.
“È un dato assurdo”, ha detto a Fortune Diane Swonk, capo economista di KPMG. “I costi dell’abitazione a ottobre risultano quasi fermi perché il dato replica quello di settembre. Quando la casa pesa così tanto sull’inflazione, questo conta eccome”.
Secondo diversi economisti, all’origine del problema c’è il prolungato shutdown del governo, che ha ostacolato la raccolta dei dati sui prezzi da parte del Bureau of Labor Statistics per tutto ottobre e parte di novembre. Quando l’agenzia ha ripreso il lavoro a metà novembre, non ha potuto recuperare le informazioni mancanti. Ha quindi usato ipotesi statistiche, spesso limitandosi a trascinare in avanti i prezzi precedenti, come se in alcune categorie l’inflazione si fosse fermata.
La distorsione più evidente riguarda proprio la casa. I costi dell’abitazione rappresentano oltre il 40% dell’inflazione core, eppure il rapporto di novembre suggerisce che affitti e affitti figurativi dei proprietari siano rimasti praticamente a zero a ottobre.
“Ci aspettavamo un raffreddamento”, ha spiegato Swonk. “Ma un livello così basso sembra davvero eccessivo”.
Il problema, avverte, non si limita a un solo mese. “Le ipotesi fatte a ottobre ancorano l’indice anche per i mesi successivi. L’effetto resta”.
Altri elementi rafforzano i dubbi sulla qualità del dato. I prezzi della benzina, che secondo Swonk sono scesi nel periodo considerato, risultano invece in aumento nella versione destagionalizzata. I costi degli asili, da tempo tra le voci più inflattive dei servizi, registrano all’improvviso un calo.
Anche Joseph Brusuelas, capo economista di RSM, invita alla massima cautela. In un post sul suo blog scrive che il CPI di novembre va trattato con particolare prudenza.
“Questo rapporto è viziato”, afferma. “Il dato di novembre è pieno di rumore e manca della consueta ampiezza e profondità che il Bureau of Labor Statistics di solito garantisce”.
Senza i prezzi di ottobre, aggiunge Brusuelas, diventa quasi impossibile capire perché l’inflazione sembri rallentare. “Serve una dose di umiltà”, scrive. “Con un rapporto così imperfetto, è meglio ammettere apertamente che non abbiamo una visione sufficiente dell’andamento dei prezzi negli ultimi due mesi”.
I mercati sembrano pensarla allo stesso modo. Di solito un calo significativo dell’inflazione innesca un forte rally azionario o, al contrario, una correzione legata alle aspettative sui tassi. Stavolta la reazione resta contenuta. Le azioni salgono di poco e i futures si muovono appena. Un segnale di scetticismo diffuso.
In superficie, i dati sostengono la recente decisione della Federal Reserve di tagliare i tassi e rafforzano l’ipotesi di un nuovo intervento a inizio 2026. Ma sia Swonk sia Brusuelas invitano a non trarre conclusioni di politica monetaria da numeri distorti.
“Anche la Fed prenderà questi dati con le pinze”, osserva Swonk, ricordando la cautela mostrata in passato sui dati del lavoro influenzati dallo shutdown. “La Fed non è all’oscuro di questi limiti. Il problema è che oggi abbiamo meno informazioni in tempo reale sull’inflazione rispetto al mercato del lavoro”.
La criticità emerge soprattutto sul fronte abitativo, dove l’accessibilità resta una crisi aperta, nonostante i segnali di raffreddamento dell’inflazione. Swonk sottolinea che inflazione e accessibilità non coincidono. In alcuni mercati i prezzi delle case si stabilizzano, ma tassi sui mutui, assicurazioni e bollette continuano a pesare sui bilanci familiari. Anche i costi di elettricità e gas, rimasti bassi a lungo, tornano a salire, in parte per la pressione sulle reti legata all’espansione dei data center.
Mercoledì sera il presidente Donald Trump, in un discorso alla nazione, ha annunciato l’arrivo di “riforme aggressive sul fronte abitativo” e ha anticipato una scelta più accomodante per la successione di Jerome Powell alla guida della Fed.
Per Brusuelas, la sintesi resta chiara. L’inflazione oggi non rappresenta una vittoria, ma un pareggio. “Il messaggio principale del CPI di novembre è il rumore, non il segnale”.
O come conclude Swonk: “Sapevamo di dover prendere questi dati con le pinze. Questa volta, però, ne servono parecchie”.
L’articolo originale è stato pubblicato su Fortune.com
