Paolo Nespoli: “I detriti spaziali in orbita? Incontrollabili”

Paolo Nespoli

L’aumento dei satelliti crea ‘congestione orbitale’: i detriti spaziali fanno crescere il rischio di collisioni a catena, interferendo anche con l’astronomia, ne parliamo con Paolo Nespoli.

Siamo andati sulla Luna, studiamo come arrivare su Marte e ci interroghiamo sulla possibilità di vivere su un pianeta ‘B’. L’esplorazione spaziale risponde a un impulso profondamente umano: scoprire e comprendere ciò che esiste oltre i confini della Terra, nonostante i costi elevati, le difficoltà di finanziamento e una percezione pubblica che oscilla tra entusiasmo e scetticismo. Senza l’esplorazione spaziale, molte delle conoscenze scientifiche oggi disponibili semplicemente non esisterebbero. Emblematici sono gli esperimenti in microgravità condotti sulla Stazione spaziale internazionale, che permettono di osservare fenomeni nascosti, offrendo informazioni cruciali sul comportamento di molecole, materiali e sistemi biologici. Ma lo spazio non è solo ricerca: è anche infrastruttura critica. Comunicazioni, osservazione della Terra, navigazione e posizionamento satellitare (Gps) sono diventati pilastri invisibili delle economie moderne e della sicurezza nazionale. L’intensificarsi di queste attività sta però generando quella che l’astronauta Paolo Nespoli definisce “congestione orbitale”.

Inquinamento spaziale: un problema da contestualizzare

Anche se lo spazio è immenso, i satelliti tendono a concentrarsi in fasce orbitali specifiche. Molti di questi oggetti, una volta terminata la loro vita operativa – e finito il carburante – diventano incontrollabili. Decadono lentamente, ma possono restare in orbita per decenni o addirittura secoli. “A furia di mandare satelliti, ieri, oggi e domani, ci troviamo con migliaia di oggetti in orbita”, racconta Nespoli.

Un rischio che non è solo quantitativo: il contatto diretto tra due oggetti può generare migliaia di frammenti più piccoli, innescando un effetto a catena potenzialmente devastante. Non si tratta di ‘inquinamento’ nel senso tradizionale del termine – come nel caso dei rifiuti urbani – quanto piuttosto di una perdita di controllo su satelliti e parti di razzi, e di conseguenza, del rischio collisioni.

“Alcuni test militari, che hanno deliberatamente distrutto satelliti, hanno creato enormi nubi di detriti: comportamenti chiaramente insostenibili, anche perché una parte consistente delle operazioni non è divulgata, complicando ulteriormente la gestione e la regolamentazione dei detriti”. La sfida, quindi, non è l’esistenza degli oggetti in sé, ma la loro gestione. Secondo le stime, i detriti catalogati sono decine di migliaia. Eppure, “se si rapporta il numero di oggetti al volume dello spazio orbitale, la densità resta relativamente bassa. L’analogia più efficace è quella del traffico aereo: migliaia di voli ogni giorno, ma incidenti rarissimi grazie al controllo continuo”.

Il vero problema nasce quando il controllo viene meno. L’impatto di questa proliferazione ricade anche sull’astronomia: il numero crescente di satelliti interferisce con le osservazioni astronomiche, ‘accecando’ i telescopi.

Tra soluzioni e lacune regolatorie

Negli ultimi 15-20 anni si è sviluppata una maggiore consapevolezza sul tema dei detriti spaziali. “Oggi i satelliti vengono progettati sempre più spesso con soluzioni di fine vita: rientro controllato e disintegrazione in atmosfera, oppure spostamento in orbite cimitero, soprattutto nel caso dell’orbita geostazionaria, una risorsa ormai quasi satura”.

Resta però significativo il vuoto normativo, considerato che non esiste ancora un quadro regolatorio internazionale pienamente vincolante. Organismi come l’Unosa (United Nations Office for Outer Space Affairs) lavorano in questa direzione, ma la complessità geopolitica e la forte componente militare delle infrastrutture spaziali rendono il percorso lento e frammentato.

Intanto anche il settore spaziale sta progressivamente affidandosi all’intelligenza artificiale per la gestione di attività altrimenti impraticabili: dall’analisi di enormi volumi di dati alla progettazione di componenti complesse, fino alla gestione delle traiettorie e alla prevenzione delle collisioni.

Nespoli invita però alla precisione lessicale: “In inglese, intelligence non equivale a intelligenza umana, ma a raccolta e analisi dei dati. Le macchine eccellono in questo, mentre la capacità di creare qualcosa di realmente nuovo, spesso guidata dall’emotività e dall’intuizione, resta una prerogativa umana”.

L’AI sarà sempre più indispensabile, ma non sostitutiva: “Creerà un complesso tessuto di decisioni interconnesse che richiederà una gestione estremamente accurata”. Oggi parlare di pianeti alternativi sembra ancora fantascienza, ma molte delle tecnologie attuali lo erano solo pochi decenni fa. “Come spesso accade nella ricerca, i risultati più importanti non sono quelli che si cercano, ma quelli che sorprendono”.

Lo spazio come specchio della Terra

Dall’orbita, la Terra appare suggestiva nei suoi contrasti: il blu dell’oceano, il verde delle foreste, l’arancio dei deserti, il bianco delle nevi. “Paradossalmente succede qualcosa di strano” racconta Nespoli, “perché quando sei sulla stazione spaziale ti estrapoli un po’ dalla tua unità molecolare nazionale per diventare un abitante della Terra, quindi penso che dovremmo tutti farci un giro nello spazio per capire che siamo terrestri”.

Più ci si allontana da ‘casa’, più i dettagli diventano evidenti, ed è impossibile non notare l’impronta umana. “Di notte il pianeta si illumina come un albero di Natale: le luci artificiali rivelano una presenza continua e pervasiva”. Ancora più impressionante è l’atmosfera. “Vista dallo spazio, appare come uno strato sottilissimo, un muro fragile che separa la vita dal vuoto cosmico. È ciò che ci fornisce l’ossigeno per respirare e, allo stesso tempo, ciò che rende possibile la nostra esistenza. Senza di essa, semplicemente, non ci saremmo”.

La Terra, su scala geologica, possiede una straordinaria capacità rigenerativa. L’umanità, invece, no. “Se anche l’atmosfera venisse compromessa, il pianeta, nel giro di milioni di anni, probabilmente si ricostruirebbe, ma noi no”. Stiamo uccidendo il pianeta? La risposta è no. “Stiamo cambiando le condizioni che ci permettono di viverci”. È ciò che viene spesso definito overview effect: osservare la Terra dall’esterno genera una consapevolezza nuova, più profonda, della sua bellezza e della sua vulnerabilità. Paradossalmente, è proprio nello spazio che ci si sente più terrestri.

L’articolo originale è stato pubblicato sul numero di Fortune Italia di febbraio 2026 (numero 1, anno 9)

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