Stilista, imprenditrice, ambasciatrice del Made in Venezia, Antonia Sautter è una creativa senza confini e un’artigiana preoccupata per il futuro del ‘fatto a mano’.
“Il lusso? Vorrei che significasse oggetti di alto artigianato, non fabbricati in Cina o in altri Paesi lontani ma che esprimano il genius loci del territorio in cui vengono venduti. Il lusso è una grande opportunità per far lavorare le eccellenze del nostro Paese, ma anche per educare la gente alla vera bellezza”. Parole di Antonia Sautter, imprenditrice, stilista, wedding planner, Cavaliere della Repubblica e ambasciatrice del Made in Venice. Anche ideatrice e organizzatrice del Ballo del Doge, dal 1992 l’evento privato più sfarzoso del Carnevale veneziano.
È considerata ambasciatrice del Made in Venice. Cosa rappresenta per lei la sua città?
La mia missione, la mia musa ispiratrice, l’unico posto al mondo in cui vorrei abitare. Spesso se ne parla come di una città vecchia, che non sa rinnovarsi. Ma se la sai ascoltare, se la vivi con gli occhi del viaggiatore che ha sempre voglia di scoprire cose nuove, Venezia ti regala bellezza in ogni suo angolo. Ho abitato per anni a New York lavorando per una grande azienda, ma a un certo punto ho avvertito l’esigenza di tornare perché sento di appartenere a questa città e che lei appartiene a me.
Al suo lavoro si è interessato anche Stanley Kubrick…
Sì, per Eyes Wide Shut. Kubrick era ammalato in quel tempo ma mi chiese delle maschere per il film e mandò qui a Venezia un suo assistente che nel modo di fare trasmetteva l’ossessione del regista per il lavoro e la perfezione. Ricordo che per ogni maschera ne chiese tre uguali, perché una si poteva perdere, un’altra rovinare… E lui voleva che tutto fosse perfetto per non rischiare di dover interrompere le riprese.
A proposito di maschere, mi racconta il Ballo del Doge?
È un’esperienza da provare almeno una volta nella vita. Molti dei miei ospiti hanno partecipato a diverse edizioni perché ogni anno il tema cambia e così anche i soggetti, i colori, le sfumature e i costumi. È una vera e propria festa in cui come in un sogno si accavallano immagini, suoni, musiche. Pensi che le selezioni per gli abiti da indossare iniziano già a maggio dell’anno precedente e abbiamo fin da ora prenotazioni per il 2027 e richieste per il 2029.
Quest’anno abbiamo scelto come titolo ‘MoreAmore’, dedicato all’amore declinato in tutte le sue sfumature, avendo come data il 14 febbraio. Ogni edizione è tutta orgogliosamente made in Italy, anzi made in Venice considerato che le maestranze impiegate sono sempre tutte locali. Per prepararlo assumo una quantità incredibile di vestiariste, sarte e altri giovani perché vestire 600 persone e allestire in pochi giorni un set degno di un kolossal è davvero impegnativo.
Chi sono i suoi clienti?
Il mio target è sicuramente un cliente che acquista il lusso. Io però non vendo oggetti materiali, ma sogni, atmosfere, suggestioni che poi ognuno vive in modo diverso. Il mio mestiere è suscitare meraviglia e per goderne vengono da tutto il mondo, perché la meraviglia è universale e vedere negli occhi dei miei ospiti quella scintilla di felicità è la ragione per cui faccio questo lavoro.
Cosa rende il lusso eleganza e non ostentazione?
Il modo in cui è stato prodotto e poi l’armonia che ha in sé. Armonia delle forme, dei colori. Dev’essere qualcosa, anche piccola, fatta davvero molto bene. Io sono un’imprenditrice molto sui generis, alla quale spesso i conti non tornano perché il lusso vero, non degli status symbol ma quello delle cose belle, è anti economico. Richiede tanti piccoli movimenti, la perfetta scelta del materiale, ore di lavoro e attenzioni per poi magari non essere nemmeno capito dal fruitore finale.
Lei è anche una richiestissima wedding planner: quando un matrimonio può definirsi lussuoso?
Innanzitutto non c’entra nulla il budget stanziato. Sono invece i dettagli che fanno la differenza, se sono perfetti allora rendono il matrimonio lussuoso. Perché il lusso è ricercatezza, è il piacere di quelle piccole cose magari non viste e non capite da tutti ma che rendono l’evento unico.
Al Salone dell’Alto Artigianato Italiano lo scorso ottobre ha dichiarato che l’artigianato è un tesoro che va protetto. Cosa lo minaccia?
La globalizzazione, la non cultura, il pubblico che non è abbastanza educato a riconoscere il bello. C’è una superficialità dilagante, figlia dei social e dell’eccessiva velocità. L’artigianato è in controtendenza rispetto a come la nostra società sta andando, ha bisogno del tempo che ci vuole per fare le cose bene.
Per difenderlo bisognerebbe che fosse realmente sostenuto, non soltanto a parole ma con azioni concrete: un ragazzo che comincia a fare l’ebanista oppure una ragazza che fa la sarta dovrebbero avere soluzioni abitative, essere in grado di aprire il loro piccolo laboratorio e poterselo mantenere senza essere soffocati dalle tasse. Questi non sono mestieri che fanno arricchire, ma che arricchiscono l’anima di chi si sofferma ad ammirare il frutto di mani sapienti.
Come crede che andranno le cose in futuro?
Temo che prima o poi, sempre per orribili ragioni commerciali, si escogiterà il sistema per fare pressappoco la stessa cosa togliendo questo, togliendo quell’altro e creando alla fine un oggetto orribile. Perché per mantenere la qualità alta è necessario che ci sia l’anima e l’orgoglio di un artigiano che non metterà mai in vendita qualcosa che non lo convince al 100%.
Ci sono giovani oggi interessati all’arte sartoriale?
È molto difficile trovare nuove candidate. Per fortuna nella mia sartoria ho sia giovani sia della vecchia generazione e tra di loro c’è uno scambio bellissimo. I giovani hanno bisogno di sogni, del loro sogno da realizzare che non è necessariamente aprire una bottega ma anche lavorare nell’ambito in cui possono esprimere la loro creatività e realizzare i desideri.
L’articolo originale è stato pubblicato sul numero di Fortune Italia di febbraio 2026 (numero 1, anno 9)

