Sono entrati in vigore i nuovi dazi al 10% voluti da Donald Trump, furioso dopo la bocciatura della Corte suprema degli Stati Uniti che ha ritenuto illegittimi quelli adottati sulla base dell’International Emergency Economic Powers Act (IEEPA).
La U.S. Customs and Border Protection ha smesso di riscuotere i ‘vecchi’ dazi, ma venerdì Trump ha introdotto la nuova tariffa con un decreto che così sostituisce i dazi ‘annullati’ e affianca quelli settoriali, con diversa base normativa, e che riguardano automotive, legno, rame e altri materiali.
Il decreto presidenziale prevede dazi al 10%, mentre Trump ha parlato sul suo social di un ulteriore 5%, a questo punto da introdurre eventualmente con decreti aggiornati. In ogni caso il presidente Usa promette a chi fa il “furbo” e a chi pensa di essersi salvato grazie alla decisione della Corte Suprema tariffe ancora più alte.
I dazi entrati in vigore oggi 24 febbraio saranno attivi per 150 giorni sulla base della Section 122 del Trade Act del 1974, che prevede che si possano prolungare solo passando dal Congresso Usa (passaggio saltato da Trump per i dazi annullati) e quindi dal duro confronto con i democratici.
Le armi a disposizione di Donald Trump
Secondo Anthony Willis, investment manager di Columbia Threadneedle Investments, “pur trattandosi di una scelta giuridicamente discutibile, Trump potrebbe lasciare decorrere il periodo di 150 giorni e poi dichiarare una nuova emergenza con la reintroduzione di dazi per ulteriori 150 giorni. Il risultato sarebbe l’imposizione di dazi a rotazione continua”, sottolinea.
Ma esistono anche altri meccanismi: la Sezione 232 del Trade Expansion Act del 1962 consente di avviare indagini su settori specifici, “ma tali dazi sono già in vigore. Inoltre, la Sezione 301 della stessa legge, che riguarda gli Stati e le ‘pratiche sleali’, prevede l’imposizione di dazi subordinati allo svolgimento di indagini che in media richiedono circa nove mesi. In futuro, tali tempi potrebbero essere accelerati, consentendo agli Stati Uniti di applicare dazi più mirati anziché un livello unico del 15%”, sottolinea Willis.
Non solo. L’esperto ricorda che “esiste anche la Sezione 338 della legge tariffaria del 1930, che consente dazi molto più elevati (fino al 50%) per le ‘pratiche sleali’, anche in questo caso previa indagine. Tuttavia, non crediamo che Trump miri al 50%: una media del 15% circa sembra essere un livello accettabile per i mercati e le aziende. L’abolizione delle tariffe illegali previste dall’Ieepa, inoltre, comporta una leggera riduzione dell’aliquota effettiva complessiva, che passerà dal 15%-16% al 14% circa. Il punto fondamentale è che l’abolizione dell’Ieepa priva Trump di un importante strumento di leva politica: finora ha utilizzato le tariffe sia come strumento di politica economica che di politica estera per imporre la sua volontà agli altri Paesi”.
La reazione europea
Mentre la Ue ha chiesto agli Usa di confermare l’accordo sui dazi raggiunto a luglio 2025, secondo il Wall Street Journal la Casa Bianca è al lavoro per cercare altre strade giuridiche su prodotti specifici usando proprio la sezione 232 del Trade Expansion Act del 1962, che prevede la possibilità per il presidente di limitare le importazioni per motivi di sicurezza nazionale.
Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha presieduto ieri 23 febbraio una riunione della Task Force dazi della Farnesina, per aggiornare associazioni di categoria e imprese italiane sugli ultimi sviluppi di politica commerciale. Tajani ha informato i partecipanti sia dei suoi contatti con il Commissario Europeo al Commercio Sefcovic, sia dell’esito della partecipazione alla riunione ministeriale G7 Commercio tenuta poco prima, da cui ha tratto conclusioni “improntate a cauto ottimismo”.
I partecipanti ai lavori della Task Force hanno condiviso l’opportunità della strategia di diversificazione dei mercati di sbocco portata avanti dall’Unione Europea, in linea con il Piano Nazionale per l’Export, e quindi l’esigenza di una sollecita entrata in vigore dell’accordo di libero scambio UE-Mercosur.
Dazi, il nodo rimborsi e l’impatto sui mercati
Intanto, si apre il fronte legale dei rimborsi, secondo Filippo Diodovich, Senior Market Strategist di IG Italia. “Il tema più sensibile, a nostro avviso, non è la sentenza in sé ma la gestione dei rimborsi. La Corte non ha definito un rimedio automatico, e questo apre un contenzioso potenzialmente lungo tra importatori, amministrazione e Court of International Trade. Le cifre in gioco sono rilevanti: diverse stime citano un ordine di grandezza intorno ai 170-175 miliardi di dollari. Non è solo una questione di “giustizia” per gli importatori: per il mercato obbligazionario significa anche possibile incertezza sui conti pubblici e sulle future emissioni del Tesoro USA”.
Secondo Diodovich, “il mercato obbligazionario è probabilmente quello con il profilo rischio/rendimento più sensibile alla questione rimborsi. Se una parte del gettito tariffario dovesse essere restituita, il Tesoro potrebbe dover compensare con emissioni aggiuntive; se invece il contenzioso si trascina, i Treasury dovranno prezzare mesi di rumore politico-legale”.
Dazi annullati e 130 miliardi in bilico: il nodo dei rimborsi
