Dieci giorni di congedo retribuito, ma un padre su tre in Italia non li prende. Tra timori sul lavoro e disparità territoriali, il diritto al ruolo attivo nella famiglia resta ancora in gran parte sulla carta. È la fotografia scattata da Save the Children su fonti INPS: negli ultimi dieci anni l’utilizzo del congedo di paternità è più che triplicato: si è passati dal 19,2% del 2013 a oltre il 64% degli aventi diritto.
Nel 2024 i padri che ne hanno usufruito sono stati 181.777, pari al 64,8% del totale. Ma la crescita si è fermata: dopo l’aumento iniziale, si registra una fase di stagnazione. E soprattutto resta una quota significativa – circa il 35% – che non lo utilizza affatto.
Non solo: solo una minoranza lo usa per intero, segno che il diritto non viene pienamente esercitato. “Una cifra significativa, ma che invita a riflettere sulle condizioni che – dice l’organizzazione – ancora rendono disomogeneo l’accesso a uno strumento fondamentale per il benessere dei bambini e per avanzare verso una più equa ripartizione del lavoro di cura”.
A pesare è anche la struttura stessa della misura: in Italia il congedo obbligatorio per i padri si ferma a 10 giorni, un periodo limitato che ne riduce l’impatto sia nella vita familiare sia nella redistribuzione dei carichi di cura.
Chi usa davvero il congedo
L’identikit tracciato dalla ricerca di Save the Children su dati INPS è piuttosto chiaro. Il padre che utilizza il congedo: ha tra i 35 e i 44 anni, ha un contratto a tempo indeterminato, lavora full time e vive soprattutto nel Nord Italia. Il dato territoriale resta infatti uno degli elementi più marcati: l’utilizzo è più diffuso nelle regioni settentrionali, mentre nel Mezzogiorno rimane più basso.
Nel dettaglio, Lombardia (38,2% degli utilizzatori del Nord), Veneto (18,9%) ed Emilia-Romagna (16,8%) sono le aree che ne raccolgono il numero più alto, al Centro il Lazio (45% degli utilizzatori dell’area) e la Toscana (32,3%). Nel Mezzogiorno emergono Campania (28,5% degli utilizzatori del Sud), Puglia (21,7%) e Sicilia (21,6%).
Allo stesso modo, incide il tipo di lavoro: tra i dipendenti stabili l’accesso è molto più frequente rispetto a chi ha contratti precari o discontinui. Pesano anche fattori culturali e organizzativi: in molti casi i padri rinunciano per timore di ripercussioni sul lavoro o perché il contesto aziendale non favorisce l’assenza, soprattutto nelle realtà più piccole. A questo si aggiunge un altro elemento evidenziato dalle analisi: l’età sempre più avanzata in cui si diventa padri, che spesso coincide con una fase della carriera in cui è più difficile fermarsi.
Cosa dice la legge
Il congedo di paternità è un periodo di assenza dal lavoro obbligatorio riconosciuto ai padri lavoratori, anche in caso di adozione o affidamento. Oggi dura 10 giorni e può essere utilizzato tra i due mesi prima e i cinque mesi dopo la nascita del figlio. Durante questo periodo il padre riceve un’indennità pari al 100% dello stipendio.
Questa misura serve a favorire una maggiore condivisione delle responsabilità familiari e a rafforzare fin da subito il rapporto tra padre e figlio. La legge prevede anche sanzioni per i datori di lavoro che impediscono di usufruirne, distinguendo il congedo di paternità da quello parentale, che è invece facoltativo e con retribuzione ridotta.

