Un ritorno al passato ma con l’obiettivo di proiettare l’Italia nel futuro dell’intelligenza artificiale. Si può sintetizzare così l’operazione con cui Poste italiane, guidata dall’ad Matteo Del Fante, ha lanciato ieri una Offerta pubblica di acquisto e scambio (Opas) da 10,8 miliardi per comprare tutta Telecom Italia. Se andrà a buon fine, la scalata riporterà Poste e Tim sotto un unico gruppo a controllo pubblico.
È una caratteristica del capitalismo contemporaneo: in diversi settori nevralgici, lo stato fa un passo avanti, per quanto discreto e ben misurato, al fine di spingere l’innovazione. Accade anche oltreoceano: negli scorsi anni Elon Musk non avrebbe sfondato con Tesla senza i generosi sussidi pubblici all’auto elettrica né avrebbe trasformato SpaceX in un’azienda leader nella space economy senza i lucrosi contratti con il Pentagono.
La parabola di Tim, dal canto suo, è un caso emblematico di privatizzazione che non fa rima né con successo né con efficienza. Da quando nel 1997 il ministero del Tesoro decise di uscire dal capitale dell’allora Stet (poi Telecom Italia) e di affidare ai privati il futuro del gruppo telefonico, la società di telco ha registrato una performance discendente che, tra manovre finanziarie, passaggi di mano, continui avvicendamenti di manager e piani di rilancio rimasti quasi sempre lettera morta, ha portato Tim vicino al fallimento.
Ora con l’Opas, Poste segna un nuovo punto di inizio: mettere al sicuro il gruppo telefonico sotto il cappello dello Stato serve ad avviare un piano serio di consolidamento delle telecomunicazioni in Italia. E in questo quadro la sfida dell’intelligenza artificiale, rispetto alla quale il nostro Paese non è ancora attrezzato, rappresenta un target di primaria grandezza.
Dall’unione di Poste e Tim nascerebbe un gruppo con ricavi aggregati per 26,9 miliardi, un margine di profitto di 4,8 miliardi e oltre 150mila dipendenti. Ma soprattutto, nella visione dell’ad Del Fante e del dg Giuseppe Lasco, nascerebbe il polo tecnologico dell’innovazione, incaricato di una missione, questa sì, nazionale: l’accelerazione e il potenziamento dell’infrastruttura digitale per dotare il Paese di reti, cloud, data center, Iot e cybersecurity, edge-computing, identità digitale, secondo standard davvero competitivi. Ne consegue che Poste, con la sua capacità finanziaria e la sua diversificazione, è destinata a giocare un ruolo ancora più centrale nella sovranità tecnologica e della digitalizzazione di imprese e Pa (evitando anche duplicazioni negli investimenti di queste due realtà industriali).
Secondo le previsioni, la scalata dovrebbe andare in porto entro la fine di quest’anno, a quel punto Poste intende togliere Tim dalla Borsa, rimettendo al centro il ruolo e la missione pubblica: lo stato italiano, infatti, è socio di Poste con il 65 percento tramite il Tesoro e Cdp. A scalata completata, la presenza pubblica si attesterebbe al 51% del capitale della nuova realtà, ai soci Tim invece spetterebbe circa il 22 percento del gruppo. Come si diceva in apertura, è uno scenario dove il pubblico torna in auge, nel ruolo di investitore non intrusivo ma decisionista, con una mission chiara: innovazione e digitalizzazione.

