Quando martedì pomeriggio è suonata la campanella a Wall Street, la giornata era insolitamente perfetta: 22 gradi, sole pieno, la città attraversata da una folla che si godeva l’aria mite. Dopo il freddo rigido dell’inverno, sembrava quasi un miracolo.
I mercati, però, hanno passato la giornata a inseguire una notizia. L’agenzia ufficiale iraniana ha parlato di una telefonata non confermata tra il presidente Masoud Pezeshkian e il presidente del Consiglio europeo. Pezeshkian avrebbe detto che l’Iran ha la “volontà necessaria” per porre fine alla guerra, a condizione che vengano garantite alcune condizioni, in particolare per evitare nuove aggressioni.
Subito dopo, l’S&P 500 è schizzato verso l’alto. Poco importava che lo stesso messaggio fosse già stato espresso giorni prima o che il peso reale della notizia restasse incerto.
Il rimbalzo degli indici a Wall Street
Il Nasdaq ha guadagnato 795 punti, recuperando quasi metà delle perdite accumulate durante il conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran in una sola seduta. L’S&P 500 è salito del 2,89%, pari a 1.700 miliardi di dollari, recuperando circa il 30% del calo dall’inizio della guerra. Il Dow Jones ha guadagnato 1.125 punti. Per tutti e tre gli indici è stato il miglior risultato giornaliero da maggio.
Il dato più sorprendente non è la portata del rialzo, ma la fragilità su cui si è costruito. Tutto è iniziato lunedì sera. Il Wall Street Journal ha riportato che Donald Trump avrebbe detto ai suoi collaboratori di essere disposto a chiudere la campagna militare contro l’Iran anche con lo Stretto di Hormuz ancora in gran parte bloccato. I futures sono saliti subito di circa l’1,5%. Lo stesso report, però, indicava che le opzioni militari restavano sul tavolo. Un eventuale disimpegno degli Stati Uniti lascerebbe ad altri Paesi il compito di riaprire lo stretto, uno snodo cruciale da cui passa circa il 20% del petrolio mondiale.
La mattina dopo Trump ha chiarito la sua posizione con un post: ha invitato gli alleati a trovare il “coraggio” e a gestire la situazione in autonomia.
“L’Iran è stato, di fatto, devastato. La parte difficile è fatta. Andate a prendervi il vostro petrolio”, ha scritto.
Poco dopo, il segretario alla Difesa Pete Hegseth e il capo degli Stati maggiori Dan Caine hanno tenuto una conferenza stampa prima dell’apertura dei mercati. Non hanno indicato né una strategia chiara sullo stretto né una tempistica sul conflitto. Hanno però parlato di operazioni “positive”. All’apertura, i principali indici salivano già oltre l’1%.
Poi è arrivata la confusione.
Segnali politici contraddittori
Lunedì la portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt aveva detto che i colloqui con l’Iran “proseguono e vanno bene”, aggiungendo che la comunicazione pubblica differisce da quella privata. Il ministero degli Esteri iraniano ha invece smentito: nessun negoziato diretto con gli Stati Uniti in 31 giorni di guerra, solo messaggi tramite intermediari come il Pakistan.
Nonostante tutto, l’ottimismo ha retto fino al rally di martedì.
Il mercato del petrolio ha reagito in modo diverso. Il Brent è salito di quasi il 5%, chiudendo a 118,35 dollari al barile, il livello più alto da giugno 2022. Bloomberg ha riferito di un attacco iraniano a una petroliera kuwaitiana nelle acque di Dubai.
Il segnale è netto: il petrolio vede guerra, le Borse vedono pace. E, per ora, entrambi salgono.

