Inflazione sopra il 2% già in questi mesi, fino al 3,1% del secondo trimestre e uno strascico (2,8%) nel terzo. Secondo la Banca centrale europea gli impatti della guerra in Medio Oriente potrebbero essere più gravi e duraturi delle stime attuali, “spingendo a un ulteriore rialzo l’inflazione dell’area dell’euro” e tagliando le gambe alla crescita economica. Lo scrive la Bce nel suo secondo bollettino del 2026, che mette in conto solo in parte gli effetti dell’attacco Usa-Israele in Iran e il suo “forte impatto sui mercati finanziari mondiali”, essendo aggiornato al 18 marzo.
Per questo la Bce parla di “rischi al ribasso” anche per il Pil, nonostante le prime stime degli impatti non siano positive già oggi, con un –0,4% per la crescita mondiale in due anni, sempre in base alla traiettoria dei prezzi per le materie prime energetiche. Che sono un elemento della tempesta che si sta abbattendo sull’economia, ma non l’unico, ha ricordato il Governatore della Banca d’Italia Fabio Panetta. “Lo shock energetico non apre una nuova fase: la accelera”, ha detto nel suo discorso di oggi alla sedicesima Conferenza annuale Banca d’Italia-Ministero degli Affari Esteri.
“Le tensioni geopolitiche e la frammentazione commerciale – in aumento dall’inizio degli screzi tra USA e Cina nel 2018, spiega Panetta – stanno ridisegnando i contorni dell’economia globale. Gli scambi internazionali si riorganizzano progressivamente lungo linee geopolitiche, con una maggiore integrazione tra paesi affini e una riduzione dei flussi tra aree meno allineate”.
Il pericolo che ne consegue, dice Panetta, è la frammentazione delle supply chain mondiali, un rischio evidenziato anche dalla Bce: “Le attuali tensioni commerciali – indicano da Francoforte – potrebbero inoltre determinare una maggiore frammentazione delle catene di approvvigionamento mondiali, limitare l’offerta delle materie prime critiche e inasprire i vincoli di capacità produttiva nell’economia dell’area dell’euro”.
Secondo la Bce “i rischi per le prospettive di crescita sono orientati al ribasso, soprattutto nel breve termine. La guerra in Medio Oriente rappresenta un rischio al ribasso per l’economia dell’area dell’euro, inasprendo un contesto politico mondiale già mutevole. Il protrarsi del conflitto potrebbe far aumentare ulteriormente i prezzi dei beni energetici per un periodo più lungo rispetto alle attese correnti, oltre che pesare sul clima di fiducia”.
Francoforte mette sotto la lente l’impatto dello shock energetico sui consumi privati. E Panetta ricorda che le proiezioni macroeconomiche della Banca centrale europea diffuse due settimane fa già includevano due scenari sfavorevoli, “oggi più verosimili di quanto fossero al momento della pubblicazione”.
Nel primo, l’offerta energetica dal Golfo si normalizzerebbe nel quarto trimestre del 2026; nel secondo, più severo, i danni alle infrastrutture “ritarderebbero la ripresa al 2027”.
Le implicazioni sono significative: nel biennio 2026-27 il PIL dell’area dell’euro “perderebbe, rispetto allo scenario di base, 0,4 punti percentuali nello scenario meno grave e 0,9 punti in quello più sfavorevole. Nel biennio l’inflazione salirebbe complessivamente di circa 1 punto nel primo caso, di oltre 4 punti nel secondo”, ricorda Panetta, che avvisa l’Italia: “Il quadro è reso più delicato dagli alti livelli di debito pubblico in molte economie, che limitano lo spazio per interventi di bilancio e accrescono i rischi per i mercati finanziari”.
