La guerra in Iran ha un protagonista che al momento è rimasto dietro le quinte: la Cina. Secondo un’indiscrezione pubblicata dal Financial Times, Teheran ha segretamente acquistato un satellite spia cinese che ha conferito alla Repubblica islamica la capacità di colpire le basi militari statunitensi in Medio Oriente e infrastrutture dei Paesi del Golfo. Documenti militari trapelati mostrano che il satellite, noto come TEE-01B, è stato acquistato già alla fine del 2024, dopo essere stato lanciato nello spazio da Pechino.
L’utilizzo di un satellite di fabbricazione cinese, se confermato, potrebbe avere delle ripercussioni molto importanti anche a livello diplomatico poiché, a quanto pare, è stato utilizzato anche per colpire obiettivi nei Paesi del Golfo, di cui Pechino è il principale partner commerciale e il primo importatore di petrolio. Il ministero degli Esteri cinese ha già smentito la notizia sostenendo che sono “voci” associate “maliziosamente alla Cina”.
I registri – visionati dal Financial Times – mostrano però che il satellite ha catturato immagini della base aerea Prince Sultan in Arabia Saudita il 13, 14 e 15 marzo. Inoltre ha anche permesso di effettuare attività di sorveglianza sulla base aerea di Muwaffaq Salti in Giordania e su località vicine alla base navale della Quinta Flotta statunitense a Manama, in Bahrein, e all’aeroporto di Erbil, in Iraq, nel periodo in cui l’esercito iraniano ha rivendicato attacchi contro strutture in quelle aree.
La lunga mano cinese
Un ulteriore elemento che rafforza l’ipotesi di un ruolo sempre più centrale della Cina nella crisi arriva dal fronte diplomatico. Pechino ha infatti elaborato un piano articolato in quattro punti per una possibile de-escalation, con principi presentati dalla leadership di Xi Jinping e consegnati in forma diplomatica ad Abu Dhabi come base di discussione regionale.
Il quadro delineato da questa iniziativa si inserisce nella più ampia strategia cinese di gestione delle crisi internazionali: centralità del cessate il fuoco, apertura immediata di canali negoziali, rispetto della sovranità degli Stati coinvolti e progressiva costruzione di un tavolo multilaterale. Questo modus operandi, secondo diversi osservatori, evidenzia come la Cina stia costruendo una rete diplomatica indiretta, nella quale anche attori terzi assumono un ruolo funzionale. Tra questi, il Pakistan occupa una posizione particolarmente rilevante.
La strategicità del Pakistan nella rete cinese
Il legame tra Pechino e Islamabad è da tempo oggetto di analisi da parte di centri studi internazionali che sottolineano come il Pakistan rappresenti uno dei partner strategici più solidi della Cina al di fuori dell’Asia orientale. Al centro di questa relazione c’è il Corridoio Economico Cina-Pakistan (Cpec), uno dei progetti chiave della Belt and Road Initiative, che ha consolidato un’interdipendenza infrastrutturale, energetica e finanziaria tra i due Paesi. A questo si aggiunge la cooperazione militare e tecnologica, che negli anni ha rafforzato la capacità del Pakistan di agire anche come interlocutore regionale con un certo peso diplomatico.
Dunque, data la loro interdipendenza, molti vedono il ruolo pakistano non come autonomo rispetto a Pechino, ma come parte di una più ampia architettura di influenza cinese. In altre parole, Islamabad potrebbe funzionare come canale di comunicazione indiretto tra Cina e altri attori regionali, incluso l’Iran. In questo contesto, non è irrilevante ricordare che Pechino aveva firmato a inizio aprile, proprio insieme ad Islamabad, un piano di cinque punti per riaprire lo Stretto di Hormuz, iniziativa che non ha avuto successo visti gli avvenimenti successivi.
Una rete diplomatica multilivello
La combinazione tra iniziative ufficiali – come il piano in quattro punti della diplomazia di Xi – e relazioni strategiche consolidate con partner regionali come il Pakistan contribuisce a delineare un approccio multilivello. Pechino si presenta come attore ‘neutrale’ e promotore di stabilità, impegnato a favorire il dialogo diretto tra le parti in conflitto. Una postura che richiama quella già adottata nel conflitto tra Russia e Ucraina, dove la Cina ha mantenuto una linea pubblica improntata alla mediazione e alla richiesta di cessate il fuoco, senza però interrompere né ridurre la solidità dei rapporti con Mosca e con Vladimir Putin. Questa duplice traiettoria alimenta l’idea di una neutralità soprattutto formale, che convive con una rete di relazioni strategiche selettive.
Attraverso questo equilibrio, Pechino costruisce nel tempo un sistema di legami bilaterali e regionali che le consente di esercitare una forma di influenza indiretta sui processi negoziali, senza esporsi direttamente sul piano militare o diplomatico in senso tradizionale. Uno schema che, secondo diverse letture analitiche, sembra riproporsi anche in Iran: una neutralità dichiarata nei confronti dello scontro tra Stati Uniti e Iran, accompagnata però da una presenza diplomatica sempre più attiva e da rapporti strutturati con Teheran e con gli attori regionali a essa più vicini. In questa cornice, il ruolo cinese appare meno quello di osservatore esterno e più quello di regista discreto di un equilibrio ancora in evoluzione.

