Medio Oriente, le imprese italiane rischiano 21 mld in più in bolletta

produzione industriale istat

Per le imprese italiane si prospettano bollette salatissime. Se la guerra in Medioriente dovesse durare abbastanza da portare la media del prezzo del petrolio a 140 dollari, le aziende pagherebbero 21 miliardi in più e l’incidenza dei costi energetici salirebbe di 2,7 punti percentuali, dal 4,9% al 7,6%. Praticamente quasi lo stesso livello dei costi speriomentati dopo l’inizio del conflitto in Ucraina. 

La stima è del Centro Studi Confindustria, che ritiene un livello simile di costi “non sostenibile per le nostre imprese”. 

Secondo il Csc, “l’impatto dello shock energetico già si legge in molti dati sull’economia italiana: cade la fiducia delle famiglie, anticipando una frenata dei consumi; risalgono i tassi sovrani; si abbassano le attese sull’industria, che stava provando a risalire; frenano anche i servizi”. 

Le stime si basano sull’Indagine Rapida sull’attività nell’industria italiana, condotta a marzo, in cui alle grandi imprese del settore associate è stato chiesto di individuare i principali ostacoli connessi al conflitto in Medioriente. 

I risultati mostrano come le preoccupazioni si concentrano soprattutto su tre fattori, dividendo le stime tra immediate e prolungate: 

  • C’è il costo dell’energia, indicato come criticità dal 25% dei rispondenti, che diventa il 19,4% in caso di conflitto oltre il mese 
  • Preoccupano i costi di trasporto e/o assicurazione (21,9%, che scende a 15% per conflitto prolungato) 
  • Vince sul lungo periodo il costo delle materie prime non energetiche (18,4%). Quest’ultimo assume un rilievo maggiore nelle prospettive, risultando la principale fonte di preoccupazione (20,7% delle imprese) qualora il conflitto si protragga 
  • Tra le ulteriori criticità già ben evidenti si segnalano gli ostacoli alle esportazioni (11,2%) e l’aumento del costo dei semilavorati (8,5%) 

Intanto aumenta anche la quota di imprese che indica criticità nella fornitura di materie prime, dal 7,4% all’11,3%, rendendo tale fattore il quarto principale rischio atteso.  

Quanto all’aumento dei costi il Csc ricorda come già nel 2025, per gli strascichi sui prezzi di gas e petrolio dell’impennata del 2022, la manifattura italiana pagava una bolletta energetica più alta dei principali competitor europei (Francia e Germania), con un’incidenza dei costi energetici sui costi totali maggiore rispetto a 6 anni prima (del +25%, dal 3,9% pre-Covid, al 4,9%).  

Nell’ipotesi che la guerra in Iran finisca a giugno (con un petrolio a 110 dollari in media annua), che riprendano i flussi commerciali pre-conflitto e che la capacità produttiva dei paesi del Golfo rimanga adeguata a sostenere l’offerta mondiale, le imprese manifatturiere italiane – conclude il Csc – si ritroverebbero a pagare ulteriori 7 miliardi di euro l’anno in più in bolletta rispetto al 2025; l’incidenza dei costi energetici risulterebbe superiore di 1 punto percentuale, salendo dal 4,9% nel 2025 al 5,9% nel 2026 con un pesante impatto sulla competitività delle nostre aziende.  

L’Italia ringrazia ancora il Pnrr 

Se il livello degli investimenti nei primi mesi dell’anno regge è principlmente merito del Pnrr, spiega Confindustria, mentre le imprese aspettano il rialzo dei tassi per l’aumento dell’inflazione. “La Bce attesa rialzare i tassi a breve (dal 2,00%), per il già avviato balzo dell’inflazione” anche se “in Italia è salita meno (+1,7% da +1,5%) perché i prezzi di alcuni servizi sono scesi mentre saliva l’energia”. 

A marzo, resta quasi invariata la fiducia delle imprese manifatturiere di beni strumentali, dopo gli aumenti di gennaio-febbraio. Nelle costruzioni, la fiducia delle imprese aumenta per il secondo mese, trainata dalle attese di occupazione, anche se con peggiori aspettative sui piani di costruzione. Sul fronte famiglie il diffuso calo di fiducia “potrebbe far salire il risparmio già nel 1° trimestre, frenando i consumi”. Quanto all’industria le attese sono “negative” conclude il Csc che lamenta come l’export italiano possa diventare meno competitivo per i nuovi dazi mentre “un impatto diretto della guerra è atteso sui 22 miliardi di export verso i paesi del Golfo e su alcune forniture critiche (alluminio, fertilizzanti)”. 

 

Poste Italiane Dic 25

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