Il decreto sul “salario giusto” e un Primo maggio fuori dalla retorica

decreto primo maggio

Il Primo maggio, da sempre, è il giorno in cui la retorica rischia di soffocare la realtà. Si celebrano i diritti, si evocano conquiste storiche, si scandiscono slogan che spesso suonano rassicuranti ma poco aderenti al presente. Eppure, mai come oggi, il lavoro chiede meno celebrazioni e più risposte concrete. In questo contesto si inserisce il decreto del governo sul cosiddetto “salario giusto”, una misura che merita di essere letta senza pregiudizi ideologici e senza il riflesso condizionato del sospetto.

Al netto delle semplificazioni, il cuore del provvedimento è chiaro: rafforzare il potere d’acquisto dei lavoratori senza irrigidire un mercato che ha bisogno di dinamismo, non di gabbie. Si sceglie perciò la strada degli incentivi alle imprese che assumono under 35, donne, nella Zes unica. Secondo parametri in linea con il “salario giusto”, quello frutto della contrattazione collettiva. Non si tratta di imporre una cifra simbolica buona per i titoli dei giornali, ma di alleggerire il peso che grava su chi lavora e su chi crea lavoro. Una scelta che punta a lasciare più risorse in busta paga, senza scaricare nuovi costi sulle imprese, già messe alla prova da inflazione e instabilità internazionale.

È qui che si gioca la differenza tra una politica del lavoro seria e una puramente dichiarativa. Parlare di salario minimo può essere suggestivo, ma rischia di diventare una scorciatoia che non tiene conto delle specificità dei settori, della contrattazione collettiva, della produttività reale. Il decreto, invece, si muove in una direzione più pragmatica: non sostituire i corpi intermedi, ma rafforzarli; non livellare verso il basso o verso l’alto in modo artificiale, ma creare le condizioni perché il lavoro sia meglio retribuito in modo sostenibile. Ci sono poi le norme per il contrasto al caporalato digitale e più tutele ai rider, ma anche i rinnovi contrattuali: se non avvengono entro dodici mesi dalla scadenza, le retribuzioni sono adeguate forfettariamente al 30% dell’inflazione armonizzata Ipca.

Esiste inoltre un elemento culturale che non andrebbe trascurato in occasione della Festa dei lavoratori. Il lavoro non è solo una variabile economica: è dignità, identità, partecipazione. È il principale fattore di inclusione sociale e di libertà individuale. Difendere il lavoro significa difendere la possibilità, per ciascuno, di costruire il proprio percorso senza dipendere da sussidi permanenti o da scorciatoie assistenziali. In questo senso, ogni misura che incentiva l’occupazione e premia chi si impegna va nella direzione giusta. In proposito, il presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha gioco facile a rivendicare i meriti di una strategia che da inizio legislatura ha portato a “1,2 milioni di occupati in più e oltre 550mila precari in meno”.

Certo, nessun decreto è risolutivo. Le criticità restano: salari ancora troppo bassi in alcuni comparti, una partecipazione femminile ancora al di sotto degli standard europei, divari territoriali persistenti. Ma proprio per questo serve un approccio graduale e strutturale, non un colpo di teatro. Il “salario giusto” non si decreta per legge in modo astratto: si costruisce nel tempo, attraverso crescita economica, produttività e un sistema fiscale più equo.

Il Primo maggio può essere allora l’occasione per uscire dalla liturgia e riconoscere che qualcosa si sta muovendo nella direzione giusta. Senza trionfalismi, ma anche senza quel disfattismo che finisce per delegittimare ogni tentativo di riforma. Perché, in fondo, il lavoro non ha bisogno di bandiere: ha bisogno di politiche che funzionano.

Poste Italiane Dic 25

Leggi anche

Ultima ora

ABBIAMO UN'OFFERTA PER TE

€2 per 1 mese di Fortune

Oltre 100 articoli in anteprima di business ed economia ogni mese

Approfittane ora per ottenere in esclusiva:

Fortune è un marchio Fortune Media IP Limited usato sotto licenza.