Per anni il dibattito europeo sulla competitività si è scontrato contro un ostacolo apparentemente insormontabile: il costo dell’energia.
Mentre gli Stati Uniti beneficiavano dell’effetto combinato dello shale gas e dell’Inflaction Reduction Act, e la Cina consolidava il proprio vantaggio industriale nazionale, l’Europa si è ritrovata a fare i conti con prezzi dell’energia più elevati, maggiore dipendenza dall’estero e margini di bilancio sempre più limitati.
È in questo contesto che va letta l’apertura della Commissione europea alla richiesta italiana di introdurre una forma di flessibilità nel Patto di stabilità per gli investimenti energetici.
La misura, ancora in fase di definizione, consentirebbe agli Stati membri di utilizzare degli spazi già previsti dalla clausola di salvaguardia nazionale per finanziare investimenti destinati a rafforzare la sicurezza energetica e accelerare la transizione verso fonti meno dipendenti dai combustibili fossili. Non si tratta di un via libera generalizzato alla spesa pubblica, ma di una deroga mirata agli investimenti strategici.
Da costo a investimento strategico
Il punto politicamente più interessante è forse proprio questo.
Bruxelles non sembra intenzionata ad aprire la porta a nuovi sussidi o misure emergenziali per contenere le bollette. L’orientamento emerso nelle ultime settimane è invece quello di concentrare la flessibilità esclusivamente sugli investimenti capaci di rafforzare nel lungo periodo l’autonomia energetica europea.
Dietro questa scelta c’è un cambio di paradigma. Negli ultimi anni l’energia è passata dall’essere una questione prevalentemente ambientale a diventare una questione di sicurezza economica. Le guerre in corso, la volatilità dei mercati del gas e la crescente competizione industriale con Stati Uniti e Cina hanno mostrato quanto il tema energetico sia ormai strettamente legato alla competitività delle imprese europee.
Non a caso il dibattito richiama sempre più spesso quello che negli ultimi mesi ha riguardato la difesa. In entrambi i casi Bruxelles sembra riconoscere che alcune spese non possono essere valutate esclusivamente attraverso i tradizionali parametri di bilancio, perché incidono direttamente sulla resilienza economica e strategica dell’Unione.
Quanto vale per l’Italia
Per Roma la partita è particolarmente rilevante.
Secondo le ipotesi circolate a Bruxelles, la flessibilità potrebbe tradursi in uno spazio aggiuntivo fino allo 0,3% del Pil annuo destinabile agli investimenti energetici all’interno della clausola di salvaguardia nazionale già prevista per la difesa. Su un orizzonte pluriennale si tratterebbe di risorse potenzialmente superiori ai 13 mld di euro.
Le modalità definitive vanno ancora precisate. Gli Stati dovranno presentare richieste formali che saranno successivamente valutate dalla Commissione e approvate dal Consiglio europeo.
Ma il segnale politico è già evidente.
L’Unione europea sembra voler riconoscere che la transizione energetica non può essere sostenuta soltanto attraverso vincoli e obiettivi climatici. Servono investimenti, e gli investimenti richiedono spazio fiscale.
Il vero tema è la competitività
Ridurre la discussione a una semplice questione contabile sarebbe però un errore.
La sfida che l’Europa sta affrontando riguarda la capacità di rimanere competitiva in un contesto globale in cui energia, tecnologia e politica industriale sono sempre più intrecciate.
Secondo diversi studi, il differenziale dei costi energetici continua a rappresentare uno dei principali fattori che penalizzano la competitività manifatturiera europea rispetto agli Stati Uniti. Per settori energivori come chimica, siderurgia e manifattura avanzata, il prezzo dell’energia non è soltanto una voce di costo: è una variabile che influenza direttamente investimenti, occupazione e localizzazione produttiva.
È qui che la flessibilità richiesta dall’Italia assume una valenza che va oltre il dibattito sul Patto di stabilità.
La domanda che Bruxelles si trova oggi ad affrontare è se sia ancora possibile perseguire gli obiettivi di sicurezza energetica e transizione industriale utilizzando strumenti pensati per un’epoca diversa. L’apertura emersa in questi giorni suggerisce che la risposta potrebbe essere negativa.
Un precedente destinato a pesare
Per il momento si tratta di una misura limitata e fortemente circoscritta. Ma il precedente potrebbe essere più importante della dimensione finanziaria immediata.
Se difesa ed energia entrano stabilmente nella categoria degli investimenti strategici, il dibattito europeo sui conti pubblici potrebbe cambiare natura. Non più soltanto quanto spendere, ma per cosa spendere.
E in un continente chiamato contemporaneamente a finanziare la transizione energetica, rafforzare la propria autonomia strategica e sostenere la competitività industriale, la differenza non è affatto marginale.
