Perché alcune delle città più “sportive” d’America hanno detto no ai Mondiali 2026

World Cup 2026

Mentre undici città statunitensi stanno ultimando i preparativi per il Mondiale FIFA 2026, che prenderà il via la prossima settimana, alcune delle comunità più appassionate di sport del Paese si preparano a seguire il torneo da casa. Una scelta che, osservata attraverso la lente dell’economia dei grandi eventi sportivi, potrebbe rivelarsi più razionale di quanto sembri.

L’entusiasmo per la Coppa del Mondo, che accompagnerà gli Stati Uniti fino alla finale del 19 luglio, sarà particolarmente intenso nelle undici città ospitanti americane, dove si disputeranno 78 delle 104 partite previste dal torneo organizzato congiuntamente da Stati Uniti, Canada e Messico. Tra queste figurano alcune delle grandi capitali sportive del Paese, come Boston, Los Angeles, Dallas e Atlanta.

Colpiscono però alcune assenze.

Phoenix, che ospita una delle più alte concentrazioni di impianti sportivi professionistici degli Stati Uniti, non vedrà neppure una partita. Lo stesso vale per Detroit, dove le principali squadre professionistiche cittadine giocano tutte a pochi passi l’una dall’altra nel centro urbano. E anche Chicago, terza città americana per popolazione e protagonista dell’inaugurazione del Mondiale del 1994, resterà fuori dalla manifestazione.

Quando ospitare un Mondiale non conviene

Le città ospitanti dell’edizione 2026 sono state selezionate nel 2022 attraverso un processo competitivo di candidatura. Tuttavia, molte amministrazioni locali avevano già deciso anni prima di non partecipare alla corsa, citando soprattutto motivazioni economiche e le rigide condizioni imposte dalla FIFA.

Per alcune delle città più sportive d’America, il prestigio di ospitare il torneo non era sufficiente a compensare i costi e i rischi associati all’evento.

“FIFA non è stata in grado di fornire dettagli sufficientemente chiari su diverse incognite che avrebbero potuto tradursi in un significativo onere finanziario per le nostre città”, spiegò nel 2018 Tom Sadler, presidente dell’Arizona Sports & Tourism Association, commentando il ritiro della candidatura di Glendale, sobborgo dell’area metropolitana di Phoenix.

Anche Chicago arrivò a conclusioni simili. L’allora sindaco Rahm Emanuel accusò apertamente FIFA di avanzare richieste eccessive e di non offrire sufficienti garanzie economiche. “Volevano che fossimo noi a garantire economicamente il loro evento sportivo”, dichiarò nel 2018. “Sono sempre favorevole a promuovere il turismo, ma non ho intenzione di firmare un assegno in bianco che rischi di scaricare i costi sui contribuenti”.

Le richieste della FIFA

Per poter essere selezionate, le città candidate dovevano accettare una lunga serie di condizioni.

Tra queste figuravano l’adeguamento degli stadi agli standard FIFA, esenzioni fiscali su diverse attività legate al torneo, l’assunzione della maggior parte dei costi relativi a sicurezza e logistica e la possibilità per la FIFA di modificare unilateralmente alcuni accordi nel corso del processo organizzativo.

Naturalmente il ritorno d’immagine di un evento seguito da miliardi di persone in tutto il mondo rappresenta un elemento di forte attrattività. Kansas City, ad esempio, è diventata l’unica città del Midwest a ospitare il torneo, un risultato che le autorità locali rivendicano con orgoglio come opportunità di visibilità internazionale.

Ma la storia insegna che l’esposizione mediatica non sempre si traduce automaticamente in un ritorno economico positivo.

Il conto dei mega-eventi sportivi

Uno dei principali dibattiti che accompagna ogni grande manifestazione sportiva riguarda proprio il rapporto tra benefici e costi.

Se a livello nazionale eventi come i Mondiali possono generare effetti positivi grazie al turismo e alla spesa dei visitatori, le singole città ospitanti spesso faticano a recuperare gli investimenti sostenuti.

Le infrastrutture costruite o rinnovate per l’occasione possono trasformarsi in costi permanenti una volta terminato l’evento, come dimostrano diversi impianti realizzati per i Mondiali del 2010 in Sudafrica e del 2014 in Brasile.

Anche gli Stati Uniti hanno già vissuto una situazione simile.

Secondo uno studio pubblicato nel 2004, le nove città che ospitarono il Mondiale del 1994 registrarono perdite complessive comprese tra 5,5 e 9,3 mld di dollari, nonostante le previsioni iniziali stimassero un beneficio netto di circa 4 mld. Tra le principali cause figuravano le spese infrastrutturali, i costi operativi e quelli legati alla sicurezza. Lo studio evidenziò inoltre un fenomeno spesso sottovalutato: molti residenti evitarono le aree interessate dagli eventi, riducendo consumi e attività economiche che si sarebbero comunque verificati in condizioni normali.

Prestigio globale contro responsabilità fiscale

L’edizione 2026 presenta alcune differenze rispetto al passato.

Gli Stati Uniti non hanno dovuto costruire nuovi stadi e diverse città hanno scelto di concentrare gli investimenti su progetti con ricadute potenzialmente durature, come il trasporto pubblico e la riqualificazione urbana.

Ciò nonostante, le tensioni tra FIFA e amministrazioni locali non sono scomparse.

Nel New Jersey, ad esempio, una disputa particolarmente accesa sui costi dei trasporti per i tifosi diretti alle partite ha costretto le autorità locali a intervenire. Dopo settimane di polemiche, il prezzo dei collegamenti è stato ridotto da circa 150 a 100 dollari grazie all’intervento di sponsor esterni. Anche così, le tariffe restano tra le più elevate dell’intero torneo.

La vicenda evidenzia una realtà spesso trascurata quando si parla di grandi eventi sportivi: il prestigio internazionale ha un prezzo. E sempre più città si chiedono se il ritorno economico sia sufficiente a giustificarlo.

Questo articolo è stato pubblicato originariamente su Fortune.com.

Poste Italiane Dic 25

Leggi anche

Ultima ora

ABBIAMO UN'OFFERTA PER TE

€2 per 1 mese di Fortune

Oltre 100 articoli in anteprima di business ed economia ogni mese

Approfittane ora per ottenere in esclusiva:

Fortune è un marchio Fortune Media IP Limited usato sotto licenza.