È vero, Bruxelles ha accolto la richiesta italiana di flessibilità contro la crisi energetica ma è un risultato in chiaroscuro. Non è certamente la risposta che ci attendevamo di fronte a una crisi che morde e che rischia di compromettere in modo letale la nostra industria. Il Governo guidato da Giorgia Meloni ha avuto il merito di portare al centro dell’agenda europea una richiesta precisa volta a estendere la clausola di salvaguardia nazionale, pensata per la difesa, alle spese necessarie ad affrontare il caro energia, dovuto alla crisi iraniana e alla chiusura dello Stretto di Hormuz.
Secondo quanto anticipato dal Commissario agli Affari economici Valdis Dombrovskis, l’Italia potrà spendere fino a 14 miliardi di euro nel prossimo triennio: si tratta dello 0,6% del Pil da spalmare da qui al 2028 (ma può essere concentrato anche in un biennio). Ci sono però una serie di caveat: la quota di extra spese non sarà scomputata dal disavanzo. L’Italia, se attiverà la clausola di salvaguardia, rinuncerà a uscire dalla procedura per deficit eccessivo, anzi deciderà di allungare i tempi fino al 2028. Con la conseguente difficoltà a effettuare ulteriori investimenti e a tenere stretti i cordoni della borsa. Inoltre questo spazio fiscale è “vincolato” nel suo utilizzo: non può essere destinato al taglio delle accise sulla benzina o delle tasse sulle bollette ma soltanto per interventi strutturali dedicati alla transizione energetica. Misure green, elettrificazione del Paese, potenziamento delle fonti rinnovabili, batterie: sono questi i campi in cui le risorse aggiuntive andrebbero impiegate. Per tutte queste ragioni, anche a viale XX Settembre prevale la prudenza: l’atteggiamento è quello di chi si riserva del tempo per valutare i pro e i contro dell’attivazione formale della suddetta clausola.
La Commissione europea, inoltre, ha messo in evidenza le difficoltà strutturali del nostro Paese, dall’elevato indebitamento alla bassa natalità, formulando diverse raccomandazioni: mantenere la correzione dei conti pubblici, accelerare l’attuazione del Pnrr e dei fondi di coesione, sostenere ricerca e innovazione, rafforza la pubblica amministrazione e la giustizia, spingere sulla transizione energetica e intervenire sul mercato del lavoro, sulla sanità e sull’istruzione. Insomma, un programma di governo per cui non basta una legislatura, condito anche di riforme cui le forze politiche sono notoriamente ostili, per esempio quella dei “valori catastali” che andrebbe a colpire un bene primario com’è la casa. In materia fiscale, l’esecutivo di Bruxelles è tornato a criticare le “amnistie fiscali” che rischiano di “essere controproduttive in termini di conformità fiscale”.
Di certo, dall’apertura, pur vincolata, della Commissione viene fuori un approccio più dialogante ma sempre rigido entro certi schemi di finanza pubblica che non consentono al governo italiano, e neanche agli altri 26, di ritagliare margini di manovra maggiori di fronte a una crisi di dimensioni eccezionali. Se Paesi come la Germania e i cosiddetti “frugali” hanno possibilità di ricorrere agli aiuti di stato, questo non vale per i Paesi più indebitati, tra cui l’Italia. L’asimmetria tra questi gruppi di Paesi resta un tallone d’Achille. Si può dire, in conclusione, che bene ha fatto l’Italia a richiamare l’attenzione sull’urgenza di un approccio più flessibile e creativo, ma la risposta giunta da Bruxelles, seppure non di chiusura, non fornisce una risposta né efficace né tempestiva alla crisi denunciata dalle nostre imprese. C’è da sperare che la guerra in Iran termini quanto prima.
